Violenza di genere: l’importanza della consapevolezza

Da qualche anno ormai, il 25 novembre è conosciuto come ricorrenza della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. La giornata è stata istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, partendo dall’assunto che la violenza contro le donne sia una violazione dei diritti umani.

Mentre in questo periodo in Sud America, a seguito dell’aumento delle violenze – in molti casi di Stato – sulle donne, i movimenti femministi si sono risvegliati con forza e sono scesi in piazza per urlare basta e per dire che la violenza sulle donne è degli uomini, in Europa, e soprattutto in Italia, le iniziative a riguardo sembrano essere “tiepide”.

Sembra che in Italia donne e uomini non si rendano conto della situazione riguardante la violenza sulle donne, non abbiano reale percezione di quanti comportamenti possono rientrare sotto la dicitura violenza, non abbiano contezza dei dati statistici a riguardo e sottovalutiamo notevolmente la colpevolezza degli uomini creando confusione di ruoli tra vittime e carnefici.

Partiamo da qualche dato riguardante l’Italia:

– Un italiano su quattro pensa che la colpevolezza della violenza sulle donne sia adducibile alle donne stesse: le donne provocherebbero violenze (per lo più di tipo sessuale) con il loro abbigliamento e con il loro comportamento (Fonte Istat);

– Il 39,3% degli uomini ritiene che le donne che non vogliono avere un rapporto sessuale riescono sempre ad evitarlo, come se lo stupro desse possibilità di scelta alle donne (Fonte Istat); 

– Il 63% degli stupri è commesso da un partner o un ex partner (Fonte Amnesty International);

– Ogni 72 ore in Italia una donna viene uccisa  da una persona che avrebbe giurato di amarla (Fonte Amnesty International):

Dati allarmanti che dimostrano quanta poca consapevolezza ci sia a riguardo.

Molti pensano poi che la violenza di genere sia espressa solo da omicidi, aggressioni fisiche, stupri e minacce, ma non considerano violenza atti che riguardano la quotidianità: umiliazioni, fenomeni di revenge porn, ricatti emotivi, utilizzo di linguaggio sessista e colpevolizzazioni.  

Com’è possibile che ancora oggi, anno Domini 2019, ci sia tanta ignoranza a riguardo? 

A me sembra chiaro che ci sia stato un grande vuoto di informazione e sensibilizzazione istituzionale, anzi … magari potessimo parlare di vuoto, assistiamo a una corrente comunicativa pubblica e istituzionale che tende ad essere espressamente discriminante, tutto ciò senza che nessuno batta ciglio, tutto ciò spalmato con una naturalezza tale da far sembrare tutto normale, come se non ci fosse altra scelta.

Partiamo dalla comunicazione, in particolare da quello che ci propone la tv italiana. Qualche giorno fa mi sono imbattuta in una puntata, di un famoso programma tv, sgradevolissima: durante la puntata due giovani innamorati sono intenti nell’organizzare il loro matrimonio. La giovane futura sposina ci tiene a precisare che ha conservato la sua “virtù” (la verginità) in attesa del matrimonio, la madre va fiera di ciò e dichiara orgogliosamente che la figlia è una ragazza d’oro, che non ha mai dato problemi, certo non ha mai terminato gli studi della scuola dell’obbligo, ma ha comunque avuto sempre un comportamento puro e per questo motivo potrà sfoggiare il bianco dell’abito da sposa. Infine, la ragazza conclude dicendo che ora che è arrivata al matrimonio sente di essere realmente una donna e che è consapevole del fatto che d’ora in poi il suo compito sarà quello di fare figli, pulire casa e cucinare per il marito.

Solo io ci vedo qualcosa di estremamente perverso in tutto ciò?!

In un momento storico in cui le donne in Italia fanno fatica ad avere la stessa credibilità, lo stesso trattamento e gli stessi diritti degli uomini sul lavoro, nonostante siano spesso più formate, la tv italiana ci tiene a ribadire  che per essere donna bisogna sposarsi, fare figli e cucinare per il marito.

Mentre noi donne italiane, passo dopo passo cerchiamo di costruirci un futuro che ci dia dignità lavorativa e indipendenza, anche perché ormai stiamo imparando che per fuggire dalle violenze dei mariti dobbiamo essere economicamente indipendenti, la tv italiana ci sbatte in faccia che non è importante studiare, basta conservare la nostra “virtù” ed essere mogli asservite e obbedienti.

Questo è solo un esempio di come ancora oggi la tv italiana ci propini messaggi apparentemente innocui, ma concretamente discriminatori (penso ad altri programmi “real” in cui le mogli ringraziano i mariti gelosi per averle mandate in diretta tv, penso alle pubblicità in cui l’uomo torna da lavoro mentre la donna gli prepara la cena, penso a tutti i programmi in cui grandi esperti di look dicono alle donne come vestirsi, come truccarsi e come atteggiarsi).

Che dire invece del ruolo delle istituzioni?

Partiamo dal basso, l’istruzione: sono davvero poche le scuole in cui si fa un percorso di educazione alla parità di genere e  alla non violenza (d’altronde non ci si preoccupa più nemmeno di fare educazione sessuale). 

Da docente (chiaramente precaria), nella mia breve carriera, ho assistito solo all’organizzazione di eventi isolati in cui un esperto dall’alto della sua cattedra dice agli alunni che fare determinate cose è sbagliato, ma mai ho assistito ad un percorso unitario e continuo, un percorso che dia il tempo agli studenti di riflettere su determinate cose. Ormai nelle scuole importa la performatività, i voti, la didattica nozionistica, ci si è dimenticati però del compito educativo e formativo della scuola, dalla quale un giorno dovranno uscire non solo esecutori performanti, ma anche, si spera, dei cittadini consapevoli. 

Atterriamo alla politica: 

Proprio il 25 novembre, per le strade della città in cui vivo, alcuni ragazzi distribuivano dei volantini propagandistici di un noto partito di destra e un braccialetto con su scritto “prima le donne” e lì ho pensato: prima le donne, cosa?! Noi donne vogliamo parità, cosa ce ne facciamo di un prima le donne scritto da un partito che ha proposto in Parlamento un ddl che è quanto di più discriminante ci possa essere nei confronti delle donne? E quanto becero può essere un partito che strumentalizza una tematica così importante, quale è la violenza di genere, per promuovere se stesso?

Al di là di questo breve inciso, ci sono alcune cose sulle quali vorrei riflettere: mai come negli ultimi anni siamo stati bombardati da video di esponenti politici che si permettono di dire e fare di tutto. È la fiera dalla prepotenza e dell’individualismo. In generale, non solo nel caso delle donne, pare che la parte lesa debba portare con sé la colpevolezza per essere rientrata nel ruolo della vittima, la parte lesa se l’è sempre cercata! Se ti hanno ammazzato di botte è colpa tua perché sei drogato, se anneghi in mare è colpa tua perché sei partito piuttosto che restare a morire nella tua terra, se sei stata violentata è colpa tua perché ti sei ubriacata o ti sei messa una gonna corta o perché hai parlato con la persona sbagliata, ecc. 

Oggi, grazie agli esponenti politici che non hanno esitato a condannare le vittime più che i carnefici, nessuno prova vergogna ad esporre determinati giudizi. 

Forse se tutti provassimo ad empatizzare, a metterci nei panni di chi ha subito torto o violenza di ogni sorta capiremmo che c’è un solo fautore della violenza, che nessuna scusa può giustificare  determinate cose e che mai nessuno farebbe nulla per “cercarsela”. Se ci fermassimo un attimo a riflettere, invece di seguire il flusso di parole insensate che i nostri politici ci propinano, capiremmo che chi empatizza con la vittima non è “buonista” (termine a mio avviso che non ha senso di esistere), ma semplicemente umano. Sicuramente un’inversione di rotta può essere realizzata a partire innanzitutto da noi donne, che non dobbiamo mai arrenderci, ma continuare a lottare per parità e uguaglianza, in attesa che anche la sfera più alta della nostra società si ricordi che una giornata di ricorrenza a nulla vale se poi nella quotidianità siamo costantemente bombardati da messaggi che promuovono e giustificano disuguaglianza e discriminazione

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  • Nasce a Palmi, cittadina della Calabria Sud. Dopo gli studi al DICAM di Messina, tra ermeneutica e politica, decide che è il momento di entrare in contatto con altre realtà. Ha avuto la fortuna di recitare nel film Mediterranea di Jonas Carpignano e di lavorare nel suo successivo film, A Ciambra. Grazie a queste esperienze vede il mondo come non l'aveva mai visto. La voglia di "tastare" tutto ciò che il mondo ha da offrire, la porta a vivere in Romania e a girovagare in autostop nell'est Europa. Adesso si è fermata nel cuore della Pianura Padana perché è lì che insegna, ma è sempre pronta ad armarsi di zaino in spalla e partire!

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