Tolleranza agli intolleranti? Tra Popper e Rawls

tolleranza

Se c’è un concetto prettamente pratico, non teoretico, che ha avuto una grandissima fortuna nel corso della storia della civiltà occidentale è quello della tolleranza. Concetto affrontato molto attentamente e sostanzialmente accettato dalla maggioranza dei filosofi, soprattutto di ispirazione laica.

Perché l’esigenza di questo concetto? Cercherò di esporne le ragioni brevemente.

Da quando esiste l’uomo esistono le idee, queste sono varie, diverse e spesso e volentieri anche radicalmente opposte. Ogni uomo ha infatti un proprio concetto empirico e particolare, ad esempio, di giustizia e di bene. Ogni essere umano, per la propria formazione, per motivazioni inconsce o semplicemente per sensibilità personale, possiede (per tornare all’esempio utilizzato sopra) una determinata idea di giustizia, spesso incompatibile con quella del suo vicino. Sembrerebbe una cosa di poco conto da poter risolvere con la discussione e la dialettica razionale, tuttavia spesso, a torto o a ragione, gli esseri umani, di qualsiasi civiltà siano, non sono disposti a trovare una sintesi dialettica delle proprie posizioni, una sorta di riconciliazione.

La filosofia, e uso l’espressione hegeliana che la vede come «fatica del concetto», ha un grandissimo merito: quello di aver realizzato una proliferazione fecondissima di idee.

Filosofia e democrazia sono due elementi tra loro collegati, l’una non può vivere senza l’altra. Solo in un contesto di libertà delle idee come quello democratico, la filosofia si innesta e dà i suoi frutti. La realtà democratica dell’antica Grecia ne è un esempio immediato ed eloquente.

Ad ogni modo, la diffusione delle idee più varie produce anche lo scontro delle stesse. Ora il problema non sarebbe poi così grave se si limitasse allo scontro dialettico nel quale le varie parti cercano di far valere le proprie ragioni. Il fatto è che purtroppo ciò non sempre accade.

Se pensiamo alle guerre fratricide, animate da diversi principi ispiratori (volontà di Dio, razza “eletta” ecc.) che hanno insanguinato l’Europa, è evidente che gli uomini, per i motivi più vari, non si limitino a discutere pacificamente le proprie idee ma facciano uso, purtroppo, della forza per far avere loro la meglio.

John Locke, nella Lettera sulla tolleranza, si rese conto che lo Stato nulla ha e deve avere a che fare con le questioni private dell’individuo, pur concentrandosi essenzialmente sul tema delle diverse opinioni religiose, allora molto urgente.

Essere tolleranti significa sopportare le opinioni contrarie alle nostre, secondo una massima attribuita all’illuminista Voltaire (ma che in realtà non avrebbe mai pronunciato), vale a dire: «Detesto ciò che dici ma darei la vita perché tu possa dirlo».

Tolleranza significa rispetto della libertà d’espressione, dell’espressione anche di idee che riteniamo dannose, deleterie, sbagliate e così via. Ciò non vuol dire aprire ad un relativismo che navighi alla deriva nell’indifferenza generale, significa solo che la mia prospettiva non possa essere universale, ne possono esistere altre che devono avere la libertà e la possibilità di confrontarsi nella grande piazza democratica.

A questo punto sorge spontanea la domanda: la democrazia può accogliere al suo interno coloro i quali rifiutano il principio della tolleranza? Coloro cioè che non rispettano l’opinione degli altri anzi agiscono attivamente per ridurre al silenzio i dissenzienti? In altri termini si può essere tolleranti con gli intolleranti?

A tal proposito, entra in gioco il paradosso della tolleranza enunciato dal filosofo austro-inglese Karl Popper, difensore della democrazia e della società aperta. In cosa consiste questo paradosso? È presto detto: ne La società aperta e i suoi nemici, scrive: «dovremmo rivendicare, in nome della tolleranza, il diritto di non tollerare gli intolleranti».

Approfondirò meglio questo discorso tra poco.

A questa idea di chiudere le porte della democrazia agli intolleranti, sembrerebbe contrapporsi l’idea opposta del filosofo americano neocontrattualista John Rawls. Ne Una teoria della giustizia Rawls afferma che in una società bene-ordinata debbono essere garantiti due principi di giustizia:

  1.  la mia libertà deve essere estesa fino al limite della libertà dell’altro cittadino;
  2. le disuguaglianze possono esistere solo nel momento in cui vanno a beneficio della società intera e, comunque, a chiunque, secondo le proprie capacità, devono essere aperte le posizioni di potere;

se questi due principi sono garantiti, allora la società può accogliere al suo interno anche gli intolleranti, coloro che non rispettano le opinioni opposte alle proprie.

Sembra quasi che tra le due posizioni ci sia un contrasto ineludibile. Tuttavia, andando più a fondo nella questione, si capisce che non è così.

Innanzitutto Rawls sostiene che in una società bene-ordinata, cioè ispirata ai due principi di giustizia, le forze intolleranti perdono progressivamente forza e potere, vengono cioè riassorbite dalla democrazia e dai suoi principi fondanti. In secondo luogo, la società ha l’obbligo di vigilare attentamente per preservare i principi di libertà che la reggono.

Discorso simile fa Popper. Il filosofo viennese infatti non mette al bando l’intolleranza in quanto tale: non predica l’uso della violenza contro gli intolleranti. Si tratterebbe solo dell’extrema ratio. Secondo Popper, laddove gli strumenti razionali e dialettici, di controllo delle idee intolleranti, siano abbastanza forti da ridurle in minoranza e sotto controllo, allora le idee intolleranti possono senz’altro essere ammesse. Quando invece un novello Hitler rifiutasse qualsivoglia confronto razionale incitando i propri seguaci all’uso della violenza e della forza, allora la società ha tutto il diritto di mettere il personaggio in questione fuori legge e così tutti i suoi sostenitori.

Rawls pensa sostanzialmente la stessa cosa: quando una setta intollerante iniziasse a passare dalle parole ai fatti, cioè a negare l’espressione delle opinioni sgradite e quindi della libertà, allora la società, per il diritto all’autoconservazione, avrebbe il dovere di mettere fuori legge questa associazione, di qualsiasi tipo essa sia.

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  • Nato a Reggio Calabria, laureato in Filosofia Contemporanea, al di là di dove vivrà effettivamente in modo stabile, porta dentro di sé l’amore per il Mezzogiorno e per lo Stretto. Si occupa principalmente di epistemologia post-positivistica e della complessità, di filosofia del linguaggio e della politica. Sogna un nuovo umanesimo che eticamente possa guidare il progresso tecnico-scientifico in una direzione umana. Attualmente si sta interessando al pensiero dell’“anti- filosofo”, per dirla con Badiou, Ludwig Wittgenstein.

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