Taglio dell’organico scolastico, prosegue lo smantellamento della pubblica istruzione

Il D.L. 36, pubblicato il 30 aprile in Gazzetta Ufficiale, testimonia ancora una volta la disattenzione dei diversi governi succedutisi negli ultimi anni verso la scuola pubblica e le sue esigenze, al netto di una stucchevole retorica che ha raggiunto il suo apice, come per il settore sanitario, durante l’emergenza pandemica.
Archiviata, almeno sulla carta, la drammatica stagione del Covid-19, scuola e sanità sono tornate ad essere settori da sfrondare e ridimensionare per liberare risorse da destinare ad un differente modello di “sviluppo” e di società, portando a termine lo smantellamento degli ultimi residui di stato sociale.
Qualche settimana fa, il Consiglio dei Ministri ha deciso di rivedere al ribasso, nel volgere di alcuni anni, la spesa dell’Istruzione rispetto al Pil dall’attuale 4% al 3,4%.
Dello stesso tenore i tagli alla spesa sanitaria previsti per il triennio 2023/2025. Ciò a fronte di un aumento della spesa militare e di un sostegno sostanzioso garantito alle grandi imprese, tra cui l’intramontabile automotive.
Scendendo nel dettaglio del comparto istruzione, si vede bene quale sia la considerazione della funzione docente e come si possa ormai parlare in maniera conclamata di svilimento della scuola pubblica nel nostro paese.
La cosiddetta “formazione volontaria” per gli insegnanti prevista dal D.L. votato pochi giorni fa dal Consiglio dei Ministri consiste di percorsi permanenti triennali, tra le 15 e le 30 ore annue, da svolgersi in orario aggiuntivo rispetto a quello di servizio.
Ebbene, di volontario questi percorsi ha ben poco, visto che a tale formazione si legano scatti stipendiali e punteggi per la mobilità. Già ci sarebbe molto da ridire su una simile mercificazione dell’idea di formazione in itinere e di crescita professionale del docente: è evidente la volontà di assimilare l’esperienza accumulata nella trasmissione del sapere a una mera progressione di carriera, nell’ottica burocratizzante e tecnocratica della quantificazione e della misurabilità. Niente di più svilente.
Ma a ciò va aggiunto che tale formazione verrà finanziata con un fondo “incentivante” ottenuto con il taglio di 9600 posti in organico di diritto entro il 2031. Proprio quello che ci vuole per ovviare al problema del sovraffollamento delle classi e per dotare la scuola di un organico adeguato alle crescenti esigenze della comunità educante.
Lo scorso 1° maggio, il ministro Bianchi ha affermato, in una nota congiunta con il ministro dell’Economia Daniele Franco, che grazie ad “un emendamento, già in sede di conversione del D.L., a partire dal 2026” il Governo ha intenzione di “incrementare significativamente il predetto fondo [di incentivazione], fermo restando che le economie derivanti dagli effetti della denatalità saranno reinvestite nel settore istruzione”. L’impressione è invece che il governo punti in prospettiva sulla denatalità per investire sempre meno sulla scuola, nella migliore tradizione del cinismo “efficientista” che ha contraddistinto l’operato degli ultimi governi.
Si parla di tagli e ancora tagli delle cattedre in organico di diritto di qui al 2030/31, con la logica con cui si sfrondano i rami secchi: perché è così che, nell’economia di mercato, vengono considerate le professioni fondate sulla relazione, il sostegno, la cura.
Il sapere, il patrimonio delle conoscenze, è stato progressivamente ridotto a moduli parcellizzati e a unità da rendicontare, senza nessuna attenzione al significato esistenziale del processo di formazione. Con uno slancio che neppure un positivita ottocentesco si sarebbe sognato di avere, il sapere umanistico è stato mortificato sull’altare di uno scientismo tecnicista, privo di visione e di apertura sulla complessità.
Il saper fare è stato schiacciato sul sistema delle competenze, che, portato all’eccesso, ha condotto inevitabilmente a un’istruzione di impronta meccanicistica e utilitaristica.
Infine, Il saper essere – naturalmente non da intendersi in senso di dover essere, ma di esperienza della ricchezza della vita – è stato umiliato da una retorica quasi da libro Cuore sulla valenza della scuola, salvo poi sacrificare i processi di socializzazione, condivisione e promozione di una cittadinanza attiva e consapevole all’interno di essa a vantaggio di una vocazione sempre più “mercantilistica” degli istituti scolastici.
La funzione emancipatoria della scuola è stata inglobata nelle logiche della produzione e orientata verso di esse; persino l’educazione civica è stata tradotta nei miserevoli termini di un voto di profitto.
L’intero sistema della valutazione, in verità, come sottolineato da Valeria Pinto, è stato rivisto nell’ottica del “valutare e punire”: il sapere diventa strumentale, mentre le istanze di rinnovamento provenienti dal mondo giovanile vengono irreggimentate, controllate e punite se reputate “fuori dagli schemi” del paradigma dominante.

Proponiamo qui una serie di possibili correttivi a questa deriva cui non vogliamo e non dobbiamo arrenderci, per il bene delle generazioni presenti e future, già parzialmente presentate in una riflessione fatta col movimento politico La Strada.

L’alternanza scuola-lavoro e gli stage vanno aboliti a favore di un percorso formativo inteso come istruzione integrata, che salvaguardi gli anni scolastici come tempo e spazio per la condivisione e la costruzione del sapere al di fuori di qualsiasi logica lavoristica (quando non di sfruttamento). Le conoscenze non vanno schiacciate sull’altare delle competenze professionali, così come il dialogo necessario col territorio e con le comunità non va declinato nel senso del precoce ingresso in un contesto aziendalista carente in termini di sicurezza e deciso spesso a sfruttare manodopera non retribuita. Tutto ciò fa il paio con l’urgente bisogno di ripensare la scuola in termini di tempi e di spazi, di gestione delle risorse umane, con eliminazione delle “classi pollaio”, forte investimento sull’edilizia scolastica, svecchiamento dei programmi, adeguamento della maturità ai mutamenti socio-culturali del paese (anche, ma non solo, in virtù delle circostanze imposte dal tempo pandemico). Ancora, introduzione di un limite massimo di anni per la presenza di un dirigente nello stesso istituto ed abolizione della discrezionalità degli USR nell’assegnazione dei dirigenti alle scuole, onde evitare il perpetuarsi di clientelismo e di gruppi di potere; inoltre, eliminazione del sistema di accorpamento delle scuole, che attiva la corsa alle iscrizioni e penalizza i piccoli istituti, fondamentali per le comunità dei borghi e dei quartieri. L’elenco delle necessità della scuola italiana sarebbe molto lungo, e riguarda sia l’organizzazione generale sia le modalità di realizzazione dell’autonomia che spesso rischiano di trasformare gli istituti in “feudi” o in “progettifici”, a scapito della collegialità delle decisioni e della centralità della didattica e della formazione. È necessario che il Ministro Bianchi ascolti le associazioni degli studenti, le consulte studentesche, i movimenti che hanno animato nei mesi scorsi i cortei in cui si è chiesta ad alta voce una scuola non piegata alle logiche del mercato, la retribuzione dei tirocini quando necessari, protocolli di sicurezza adeguati, una maturità che tenga conto di tre anni di didattica a distanza (su questo ormai per quest’anno scolastico si è intervenuti poco e male), e più in generale un profondo rinnovamento per un’istituzione per molti versi sempre più obsoleta e classista, che sembra aver smarrito lo spirito profondamente democratico e inclusivo degli anni Settanta, nato dalle proteste sessantottine e sfociato nell’istituzione degli organi collegiali.

Ciò è in forte contrasto con l’idea di uno Stato che garantisca una scuola autenticamente inclusiva, dove venga garantito effettivamente il diritto allo studio secondo il dettato costituzionale, dove si combattano le disuguaglianze e si mettano al centro lo studente e il suo cammino di crescita personale e sociale.

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  • Nato a Reggio Calabria, si è formato nell’area dello Stretto, coronando la sua formazione con un Ph.D. in Metodologie della Filosofia presso l’Università di Messina. Pop-filosofo di osservanza deleuziana, si occupa di estetica, psicoanalisi e filosofia della cultura di massa, con diverse pubblicazioni al suo attivo. Fa parte del comitato editoriale della rivista internazionale Mutual Images.

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