Le sfumature globali dentro la spazialità ridotta di Riace

Riace

Riace dopo Lucano

Dopo la marcia in onore di Lucano e tutte le vicissitudini giudiziarie che hanno destituito in maniera ingiusta uno dei sindaci più famosi al mondo, ci siamo avvicinati a Riace con una certa diffidenza.  Adesso c’è una formazione politica completamente divergente alla guida del paese e camminiamo con passo più titubante. Il caldo afoso di metà mattino ci ha sorpresi nella piazza principale, ci ha confusi rendendoci ingenui. I cartelli sotto i nostri occhi parlano chiaro e ci depistano allo stesso tempo. Andiamo verso l’alto costeggiando uno dei fianchi del municipio, attratti dal primo murales intitolato a Peppino Impastato.

Il fotoreporter che è con me comincia a scattare con la sua posa inconfondibile di concentrazione. Chiediamo informazioni ad un signore abbronzato, inizialmente frettoloso e reticente, torna suoi passi e ci indica la via giusta per la Città Futura. Ci dice di andare verso il basso, di tornare verso la piazza e di percorrere la via principale, la via maestra.

Il sogno di integrazione svanito

Il paese sembra vuoto, svuotato della sua anima primordiale. Un senso di inquietudine ti assale, sembra quasi che il villaggio globale faccia parte di un sogno di integrazione, di un mondo immaginario. Una cinquantina di passi ed ecco l’arco d’ingresso per la globalità accompagnato da un murales di un azzurro tenue, nuvole erranti con altrettanti segnali che indicano nazioni del mondo. Proprio così, un mondo che c’era dentro un piccolo borgo della Calabria. Una prima donna di colore varca il confine immaginario, non riusciamo a chiederle la provenienza. Forse ha poca importanza, forse è cittadina del mondo, ma l’obiettivo riesce a immortalarla. Addentrandoci scopriamo altri murales, uno in particolare desta l’attenzione, con una frase storica del rivoluzionario Emiliano Zapata.

Cosa rimane del laboratori di Riace

C’è pure posto per un veliero in miniatura fatto con materiale di recupero dagli artigiani del posto. E poi archi di cemento attraversati in mezzo da rampe fatte di scalette strette, e laboratori di artigianato etnico chiusi o quasi. Cerchiamo di guardare attraverso l’opacità del vetro, dentro rimane il vuoto in penombra. 

Giriamo verso sinistra col dubbio di sbagliare e un’altra donna di colore si presenta alla nostra vista. Giovane d’età, costei è ferma, seduta su una di queste rampe, tiene per mano suo figlio, ha il velo che le copre per metà il volto. Ci accordiamo per scattare qualche foto ma, quando le chiediamo qualcosa in più, abbassa il capo, forse non vuole ricordare il suo terribile passato, forse non si fida. Poi la confidenza aumenta, si rompe il ghiaccio e lei ci porta in un laboratorio, l’unico di cui vediamo l’interno, ci fa assaggiare dello cioccolato triturato, il gusto ricorda quello prodotto a Modica. Eppure siamo a Riace. La ringraziamo mentre il figlioletto ci guarda stupiti e ci sorride.

La presenza di qualche migrante lascia un filo di speranza per il futuro

Riprendiamo il cammino tra le casette del borgo sorpresi da altri murales e da un’altra donna con i capelli ossigenati che porta a spasso un cagnolino. Ammonisce la bestiola con una frase in francese e, incrociando il nostro sguardo, ci saluta in italiano. Ci sfugge un’altra ragazza giovane, longilinea, con un’acconciatura tribale. Ci guarda per un attimo incuriosita dalla macroscopica fotocamera, poi accelera il passo e scompare dietro un altro viottolo. Seguiamo altri segnali, le vie sono strette, c’è sempre qualcosa da scoprire, un frantoio oleario, quasi nascosto visibile solo per chi ha il coraggio di esplorare. Sono passate appena due ore dal nostro arrivo. Proseguiamo nel cammino con il sole che picchia sempre più forte sopra le nostre teste, il nostro percorso ricorda un semicerchio immaginario, una sorta di arcobaleno.

Riace come città simbolo

In una spazialità ridotta Riace conserva ancora le sfumature del mondo. Si sentono ancora le lingue che si mischiano in pochi metri con l’impressione di rimanere sospesi in una dimensione di viaggio. A tratti sembra un labirinto silenzioso che estemporaneamente si apre verso belvederi con vista verso la vallata e oltre, verso il mare, verso quel mare che le ha donato l’antica importanza delle sue statue. È il suo destino quello di essere un simbolo, per un aspetto o un altro, è un posto del mondo, come indica il primo segnale sulla strada prima di arrivarci. È ‘la ‘città’ dell’accoglienza, mai esserne diffidenti, anche in assenza del sindaco che l’ha resa famosa, le tracce sono rimaste e rimarranno. Ci accontentiamo per adesso, andiamo verso il basso, lungo la vallata, ritornando a casa per ritornare nel nostro mondo.

Testo di Maurizio Caruso.

Foto di Giovanni Vittorio.

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