Reggio o la Dubai del Mediterraneo?

Mediterranean Life

di Chiara Tommasello

La città di Olvido aveva memoria breve e dimenticava la propria storia tutti i giorni. Solamente pochi vaghi echi del passato si sottraevano a questo oblio: un’origine magno greca collocata in un tempo indefinito; una dominazione spagnola, o bizantina, o forse francese, che avevano lasciato tracce nella cultura gastronomica e nel vernacolo locale. Per il resto, nulla: la città di Olvido dimenticava tutto, ed ogni santo giorno doveva ripartire da zero. Così facendo, e senza accorgersene, la città di Olvido non imparava mai dai propri sbagli e commetteva ogni giorno esattamente gli stessi errori.

Può sembrare una delle Città invisibili, la nostra Olvido, eppure esiste davvero. È la città nella quale vivo. da circa 32 anni. È la nostra Reggio.

Ecco, a mio parere, l’errore già commesso e che rischiamo ora di ripetere riguarda l’entusiasmo con cui abbiamo accolto la presentazione di un avveniristico progetto, il Mediterranean Life, che si propone di stravolgere la marina di S. Leo con interventi edilizi e paesaggistici fortemente invasivi per farne “la Dubai del Mediterraneo”. Un porto turistico, tre grattacieli e un altro grande edificio piramidale costruiti a ridosso della spiaggia tra hotels di lusso, ristoranti stellati e centri benessere. Un megaresort che offre, al proprio interno, ogni sorta di servizio, ma senza alcun legame con il territorio che lo circonda.

Una gabbia scintillante per criceti paganti. E poi, la promessa di sviluppo e di posti di lavoro, in un territorio depresso che ne ha bisogno come il pane. Un copione perfetto per l’ennesima cattedrale nel deserto, per l’ennesima grande opera che – presumibilmente – non vedrà mai la luce e non creerà mai posti di lavoro stabili, ma in compenso deturperà l’ambiente circostante, disseminando macerie e scheletri infrastrutturali che non verranno rimossi per decenni, compromettendo anche future prospettive di sviluppo.

È qui che – mi pare – mostriamo di aver dimenticato la nostra storia e il nostro passato, anche recente, con troppa facilità. È qui che rischiamo di commettere, per l’ennesima volta, gli stessi errori. I tanti incompiuti nel territorio di Reggio e provincia testimoniano inequivocabilmente la strutturale incapacità di portare a termine i progetti. Le ragioni le conosciamo bene: le collusioni tra politica e imprenditoria, soprattutto edile, la lievitazione dei costi in corso d’opera, l’alto rischio di infiltrazioni mafiose. Siamo sicuri che oggi sia possibile evitare i medesimi rischi ed accettare la costruzione di un’opera così imponente, confidando che sarà terminata?

Ma ammettiamo pure che le condizioni siano cambiate e che non vi siano particolari ostacoli alla realizzazione di questo progetto. Facciamo finta che sia così. Ecco, a quel punto avremo commesso un altro sbaglio, forse ancora più grave: avremo assecondato quell’idea distorta, ingenua, in fin dei conti errata, che un po’ tutti noi abitanti di questa punta di stivale abbiamo dello sviluppo, della modernità. Da antropologa – non posso evitare di sottolinearlo – da molti anni mi interrogo sulla mia stessa cultura di provenienza, su certi simboli particolarmente potenti che influenzano le nostre psicologie, le nostre attitudini, il nostro modo di rappresentarci. E non ho potuto fare a meno di notare quanto segue: la percezione che abbiamo di noi stessi come appartenenti ad una realtà perennemente arretrata, la nostra fame atavica di ricchezza e di progresso; quell’ansia sociale che ci spinge all’affannosa ricerca di uno sviluppo economico che però è sempre e comunque situato altrove e che non riusciamo neanche a sfiorare; ecco, tutte queste cose – certamente motivate e reali – hanno generato in noi un’idea di progresso, di ricchezza, di benessere profondamente sbagliata, le cui conseguenze ricadranno inevitabilmente sulle generazioni future. Saranno loro a dover fare i conti con quello che noi gli avremo lasciato.

Se ci pensiamo, è esattamente quello che si sta verificando a proposito della nostra passeggiata per eccellenza: il Corso Garibaldi. Abbiamo tutti sotto gli occhi le condizioni in cui versa attualmente. Fu proprio in nome del progresso che, ormai diversi decenni fa, la nostra strada maestra fu asfaltata, ricoprendo di bitume lo splendido basolato lavico che la lastricava. Immagino che allora dovette sembrare a molti il segno dell’avanzata irrefrenabile del progresso, un evento festoso da salutare con gioia. Oggi abbiamo compreso palesemente quanto quella scelta fosse invece folle e scellerata. Le travagliate vicende legate al restauro e al ripristino del basolato, poi, mostrano con altrettanta evidenza quanto sia difficile porvi rimedio.

Approvo senza riserve le conquiste della scienza, le nuove tecnologie e la modernità, quella vera. Ma la vera modernità, nel 2019, impone di interrompere ed abbandonare quei progetti che comportano ulteriore consumo di suolo per puntare piuttosto sul recupero e sulla valorizzazione dell’esistente in chiave ambientalista, utilizzando cioè le tecniche avanzate di edilizia sostenibile, pulita e ad impatto zero.

Nel corso di uno dei Cammini Urbani organizzati dal Collettivo La Strada abbiamo attraversato il quartiere di Mortara, adiacente all’area sulla quale si vorrebbe costruire il complesso previsto dal progetto Mediterranean Life. Abbiamo potuto vedere, al di là della 106, la presenza di un’area vastissima – formalmente interdetta forse, ma i segnali di divieto erano divelti e distrutti e quindi chi può dirlo – con scheletri di costruzioni di vario tipo e dimensioni in parte già crollati, diroccati e fatiscenti. Ecco cosa restava del grandioso progetto per il Polo integrato comprendente tra le altre cose il nuovo deposito Atam e il macello pubblico. Un’area abbandonata e degradata – nonostante l’enorme spreco di denaro pubblico –  e, quindi, da recuperare nuovamente. Un’area che permetterebbe, ad esempio, di realizzare le strutture previste nel progetto della “Dubai del Mediterraneo” ma certo con un altro stile, più legato alla storia del nostro territorio e al rispetto delle nostre radici; uno stile, appunto, Mediterraneo. Case padronali in stile liberty a due o tre piani con grandi finestre e verande, circondate da agrumeti nei quali i bergamotti la fanno da padrone. Un grande parco, aperto anche a cittadini e residenti, perché i turisti risiedono in un luogo specifico ed è giusto che interagiscano e dialoghino con il territorio che li accoglie.

Perché chi vuole andare a Dubai sceglierà sempre e comunque l’originale, e allora occorre puntare su ciò che noi – e solo noi – possiamo offrire. La gabbia scintillante che offre al suo interno tutti i servizi di cui il turista può aver bisogno è un insulto al nostro territorio e alla sua gente.

Si dirà: “Ma è un progetto privato. Privati sono gli investimenti. Perché ostacolare chi finalmente ritiene che valga la pena investire sulla nostra città?”. Ecco, io, in nome della modernità, che sostengo senza riserve, ritengo che considerare l’imprenditoria privata come una cosa positiva tout courtsia un atteggiamento fondamentalmente obsoleto. L’Occidente avanzato, al quale – checché se ne dica – apparteniamo, ha ormai compreso chiaramente come l’iniziativa privata vada guidata, controllata e disciplinata. Al privato interessa solamente il proprio profitto. Un privato generoso e filantropo cercherà, al limite, di rendere tale profitto compatibile con il benessere del territorio sul quale intende investire. Ma, anche in questo caso, non è detto che abbia la sufficiente preparazione, lungimiranza e saggezza per realizzare tutto ciò. Dare carta bianca ai privati vuol dire svendersi, è un atteggiamento da ex colonia non del tutto emancipata che rischia di produrre ulteriore dipendenza, ulteriore povertà.

In nome del progresso e della vera modernità, ben vengano i privati e gli investimenti, ma ad una condizione: la tutela e la salvaguardia, presente e futura, del nostro territorio. Ben venga, quindi, il porto turistico previsto in Mediterranean Life, perché no. È l’unica parte del progetto sulla quale non riscontro alcun problema, alcuna criticità.

Ho sentito il bisogno di esporre queste mie riflessioni in quanto antropologa e – prima ancora – cittadina. Non sono ingegnera e non ho studiato architettura, perciò non posso valutare il progetto sotto il profilo tecnico. Mi piacerebbe però che quanto ho scritto generasse confronto e dibattito, tra addetti ai lavori e non, e magari anche tra coloro che, pur conservando sempre un legame profondo con questa città, si sono formati altrove e possono quindi aiutarci a superare il nostro sguardo, talvolta limitato e provinciale, con la loro visione più aperta, avanzata ed europea.

Perché più discutiamo, dibattiamo, confrontiamo le nostre idee, più sarà semplice strutturare un’identità chiara e recuperare la nostra memoria storica. E smetterla una volta per tutte di ripartire da zero ogni giorno, e ogni giorno commettere, esattamente, gli stessi, identici, errori.

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