Realismo capitalista di Mark Fisher: postmodernità e depressione

Fisher

Mark Fisher ci ha lasciati a soli quarantotto anni, il 14 gennaio 2017. La sua eredità è una bussola indispensabile per muoversi nella contemporaneità. Oltre alla sua attività all’università di Warwick, in Inghilterra, nella seconda metà degli anni Novanta, in seno al gruppo di ricerca CCRU (Cybernetic Culture Research Unit), e alle pubblicazioni in Rete su K-Punk, blog incastonato nella galassia della cultural theory, di Fisher restano dei saggi acuti e taglienti sulla condizione postmoderna, che aggiornano e superano Lyotard e Jameson, istituendo una connessione tra logica del postmoderno e tardo capitalismo ai tempi del pieno dispiegamento delle reti di dati.

Realismo capitalista (Capitalist Realism: Is There No Alternative?), un saggio di Fisher del 2009 che Slavoji Žižek non ha esitato a definire «la miglior diagnosi della situazione in cui ci troviamo», viene finalmente pubblicato nel nostro paese dalla piccola casa editrice romana Nero, con traduzione e prefazione di Valerio Mattioli.

La tesi di partenza di Realismo capitalista è che la profezia della Thatcher, ossia la mancanza di alternative al capitalismo, si sia avverata ben oltre il campo d’azione delle forze neo-liberiste. L’inconscio collettivo avrebbe infatti introiettato, secondo una logica di “impotenza appresa”, il dettato thatcheriano: non possiamo non dirci (neo-)capitalisti. Facendo il verso ad Hegel, tutto ciò che è capitalista è reale, tutto ciò che è reale è capitalista. Non se ne esce.

Il testo di Fisher sembra però dirci il contrario: un’alternativa esiste; per dirla con Deleuze, sono pensabili delle linee di fuga, delle traiettorie iperstizionali. Nonostante la nostra epoca sia infestata dai “fantasmi”, e nonostante questi spettri da cui si originano i nostri desideri si portino dietro le catene del sistema dei consumi, è possibile immaginare di “attraversare il fantasma” e sprigionare un’economia del desiderio votata alla liberazione.

Nel 2014, in Ghosts of My Life: Writings on Depression, Hauntology and Lost Futures, Fisher ritorna sul tema dell’assenza di alternativa nei termini di una mancanza di futuro, ossia del ripiegamento su di un eterno presente che sarebbe tipico della contemporaneità. La hauntology di Fisher prende le mosse dalla preoccupazione di Derrida rispetto alla morte del comunismo, al suo carattere già-da-sempre spettrale, per approdare a una visione non rinunciataria della fine della storia. La risposta di fronte all’annuncio millenaristico di Fukuyama non è la nostalgia, il gusto per il revival che colonizza il nostro immaginario, come ben mostrato da Simon Reynolds in Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato (2010). Tocca andare, piuttosto, a riprendersi il futuro.

L’analisi di Realismo capitalista si muove su almeno due direttive: da un lato Fisher mostra come il capitalismo operi «la programmazione e modellazione preventiva» dei desideri e delle speranze. Si tratta della žižekiana imposizione del godimento, il rovesciamento di Kant in Sade che esprime il carattere perverso del neo-liberismo: se l’imperativo è “Godi!”, il desiderio è precluso. L’imposizione di un godimento senza freni annulla effettivamente il desiderio: il poter avere tutto e subito – e, di conseguenza, dover essere felici – ci impedisce di esserlo. Desiderare è porsi in una tensione vivificante tra godimento e Legge, tra pulsione e parola, tra piacere e limite. Il desiderio è lotta per il riconoscimento, come insegnano Hegel, Kojève e Lacan; se finisce la lotta, finisce la storia e con essa la possibilità di desiderare. Fisher non si discosta da questa costellazione teorica, quando afferma che siamo finiti nello «spietato tritacarne del Capitale al livello del desiderio».

Il particolare contributo di Fisher all’analisi della condizione consumistica e ipermediata in cui tutti siamo immersi è il focus sul portato psicologico dell’imposizione del godimento. Fisher richiama la sua esperienza come insegnante negli istituti britannici di further education. I suoi studenti sembrano affetti da «edonia depressa»: la depressione è di solito caratterizzata dall’anedonia, ma l’incapacità di accedere al piacere è qui determinata dall’impossibilità di uscire fuori dal registro del piacere. Essere obbligati a godere trasforma il godimento in un’imposizione senza piacere. Dunque, Kant si rovescia in Sade. D’altro canto, il Super-io rivela il suo carattere sadico anche nella predisposizione di un sistema di controllo iper-burocratico e capillare. Il Capitale gode nel tradurre in performance ogni cosa, anche ciò che sarebbe intraducibile sotto forma di prestazione, come ad esempio la relazione educativa. Sempre con Žižek, si rammenta che la burocrazia è a sua volta una forma di godimento. Come reagiscono gli studenti a questo sistema di iper-controllo, all’essere costantemente iperconnessi – al (dovere del) piacere? La risposta più comune è l’interpassività, ossia lasciare che il sistema goda al posto nostro, per l’impossibilità del soggetto di “processare” un godimento che comunque deve essere lasciato fluire. Il cellulare che scarica in continuazione messaggi, più di quanti se ne possano leggere, o il PC che scarica film che non riusciremo a vedere, il servizio di streaming dall’archivio infinito, il lettore che resta in play anche quando non possiamo ascoltare la musica. L’importante è sapere che la droga mediatica sarà sempre a disposizione. L’ubiquità dell’«inerzia edonistica» ci paralizza nella narcosi di un godimento senza piacere.
Mark Fisher

Quali sono, dunque, le possibili vie di fuga dall’intorpidimento del desiderio? Apparentemente, saremmo stretti tra due declinazioni del realismo capitalista, due modi diversi di inginocchiarsi di fronte al Capitale: da un lato, gli immobilisti conservatori, gli organizzatori di proteste di stampo passatista, contrassegnati da una sorta di apatia afflitta, dalla nostalgia regressiva verso un passato mitizzato, verso il tempo delle grandi narrazioni (si pensi ai movimenti sovranisti e anti-sistema); dall’altro, i “comunisti liberali”, la sinistra post-blairiana, tutta “flessibilità” ed “espressività”, convinta di poter guidare la macchina del turbocapitalismo lanciata a folle velocità immettendo qualche correttivo umanistico e progressista. Potrebbe sembrare che questa seconda opzione conduca a un recupero dell’energia vitale, a una rinascita della motivazione: “immagina, puoi”. Tuttavia, la creatività illimitata dell’organizzazione del lavoro e della vita ai tempi del post-fordismo si traduce piuttosto in una maniacalità alternata ad ondate depressive. Il realismo capitalista è bipolare: la felicità prima dell’acquisto del nuovo gadget e la delusione finito l’effetto hype. Esaltazione e anedonia, anzi, è lo stesso edonismo che interdice il piacere. Non è possibile desiderare in assenza di Legge. La forza della pulsione non prende forma senza il limite, ma il capitalismo è una macchina desiderante senza soluzione di continuità. Un’interpretazione erronea di Deleuze ha trasformato la filosofia anti-edipica della liberazione del desiderio nel suo opposto. Ecco che Fisher si rivolge proprio a Gilles Deleuze quando si tratta di immaginare un antidoto al controllo totale, all’onnipotenza del Capitale: «siamo già in grado di delineare i vaghi contorni delle forme che verranno, capaci di contrastare le gioie del marketing?».

Come contrastare l’anedonia del mercato, senza opporvi la paura o il cinismo, entrambi sfocianti nella stagnazione? In qualche modo, si tratta di immaginare la possibilità di un futuro, di qualcosa che sia realmente nuovo. A uccidere il futuro, e con esso il desiderio, è proprio la logica sottostante a ogni nuovo modello di iPhone, obbediente al principio della differenza di Baudrillard, per cui i desideri vengono alimentati incessantemente nel consumatore attraverso variazioni minime tra un modello e il successivo. Vi è la sensazione diffusa che non sia possibile un futuro, sia quando si guarda un episodio di Black Mirror e si percepisce che il futuro distopico rappresentato nella serie è già presente, sia quando si guarda Blade Runner 2049 e si rimane delusi dalla svolta umanistica impressa a un film iconico della cybercultura. La fantascienza o non sa più anticipare o si tramuta in operazioni nostalgiche e regressive. Se la ripetizione è dappertutto, se sembriamo consegnati all’istantaneità del Capitale, all’Aîon eterno in cui convergono le linee del revival e del remake, la rivoluzione passerà, con Fisher, attraverso un buco nella notte della fine della storia: «Da una situazione in cui nulla può accadere, tutto di colpa torna possibile». Si tratta, in fin dei conti, di una filosofia dell’evento che fa sobbalzare la struttura, che scompagina l’immobilità di questo eterno presente. Non ci si può opporre all’universalismo del Capitale sventolando le bandiere del particolarismo, ma puntando su di un universalismo altro. La sfida non va giocata sul piano dell’immobilismo, ma cavalcando il divenire stesso, da bravi surfisti della postmodernità. Non a caso, Deleuze amava il surf.

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  • Nato a Reggio Calabria, si è formato nell’area dello Stretto, coronando la sua formazione con un Ph.D. in Metodologie della Filosofia presso l’Università di Messina. Pop-filosofo di osservanza deleuziana, si occupa di estetica, psicoanalisi e filosofia della cultura di massa, con diverse pubblicazioni al suo attivo. Fa parte del comitato editoriale della rivista internazionale Mutual Images.

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