Politiche 2018: cinque domande ai candidati Premier, tra Paolo VI, Giorgio La Pira e don Tonino Bello

Politiche 2018 buon samaritano

Politiche 2018: qualcosa di sinistro sta per accadere? Something Wicked This Way Comes, oltre che un brano della soundtrack di Harry Potter e il prigioniero di Azkaban, è il titolo di un film horror della Disney del 1983. Non siamo agli inizi degli anni Ottanta, anche se la realtà in cui viviamo a qualcuno potrebbe ricordare il 1984 di George Orwell, però, l’impressione che qualcosa di minaccioso incomba sulle nostre teste, io l’avverto, non so voi…

A confermare questa brutta sensazione, la notizia della presentazione di simboli, liste e nomi dei candidati che gli italiani dovrebbero scegliere (risata crassa!) alle imminenti Politiche. Al via, dunque, la campagna elettorale che ci “delizierà” fino a domenica 4 marzo 2018, o giù di lì.

La deriva politica degli ultimi anni e lo scenario che si staglia all’orizzonte (che, come detto, non lascia presagire nulla di buono) mi sollecitano a porgere alcune domande ai candidati Premier. Certo, considerata la “semenza” dei nostri politici, tali quesiti potrebbero essere considerati le farneticazioni di un folle o, dai lettori più benevoli, mera utopia – senza scomodare Thomas More.

Le mie domande traggono spunto e si ricollegano all’intervento che don Tonino Bello svolse il 27 febbraio 1992 presso l’Auditorium parrocchiale della Santa Famiglia in Ruvo di Puglia sul tema «Spiritualità ed impegno politico»; questa relazione è contenuta in un prezioso opuscolo, che mi è ricapitato tra le mani quest’estate.

In questo breviario di filosofia politica il vescovo di Molfetta fissa le opzioni irrinunciabili del far politica per il credente, muovendo dal magistero di Paolo VI: «La politica è una maniera esigente di vivere l’impegno cristiano al servizio degli altri», e dalla certezza di Giorgio La Pira: «La politica è l’attività religiosa più alta dopo quella dell’intima unione con Dio».

Nella trattazione vi è una parte che più di tutte mi ha colpito in cui, secondo me, si concretizza il pensiero politico di don Tonino Bello. È già nel Vangelo che – a suo dire – vengono delineati i capisaldi della missione cui l’uomo politico deve assolvere: «Chi s’impegna nella vita politica deve mettere l’uomo al centro» (A. Bello, La navata del mondo, Ed Insieme, Terlizzi 2002, p. 15); per l’uomo politico si prospetta il modello del Samaritano (Luca 10,29-37), che non ha paura di insozzarsi o contaminarsi con gli affari terreni, che non cede alla tentazione di rifugiarsi nel privato, ma piuttosto applica la logica giovannea dell’essere nel mondo ma non del mondo. Per dirla con Máo Zédōng (e con Lost), «Eagles high up, cleaving the space» («Cammina tra di noi, ma non è uno di noi»).

Nella vicenda del buon Samaritano possiamo distinguere tre modus operandi che dovrebbero costituire le peculiarità non negoziabili dell’azione politica: l’intervento dell’ora giusta, quello dell’ora dopo e l’intervento dell’ora prima. I primi due sono esplicitamente raffigurati nel racconto evangelico, il terzo è ricostruito dal vescovo pugliese, scomparso nel 1993.

Il Samaritano dell’ora giusta

L’intervento dell’ora giusta è quello messo in atto dal Samaritano che, avvicinatosi al poveruomo, «gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino» (Luca 10,34). Si tratta del pronto soccorso, delle cure immediate; una dimensione da cui il politico non può prescindere, magari accampando il pretesto che a lui non spetti fare assistenzialismo (magari oggi riuscissero a capire la differenza tra mero assistenzialismo e sussidiarietà, ma questa è un’altra storia).

È la scusa per fare incancrenire i problemi e lasciare che le ferite s’infettino, per poi ricorrere a politiche di emergenza che mettono in pericolo la centralità e la dignità dell’uomo. Si riscoprono soltanto in tempi di campagna elettorale i bisogni primari di ogni cittadino: la casa, la salute, il sostentamento, l’istruzione.

Il Samaritano dell’ora dopo

L’intervento dell’ora dopo è quello descritto da San Luca in maniera estremamente icastica: «[Il Samaritano, caricato il malcapitato] sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno» (Luca 10,34-35).

Il Samaritano dell’ora dopo va alla ricerca delle ragioni della sofferenza; è questa la “volontà politica” del Samaritano, che non si accontenta del primo soccorso, ma va in cerca di cure risolutive e toglie il sofferente dalla strada, rimettendoci sotto tutti i punti di vista, in tempo e denaro.

A questo livello dovrebbe situarsi l’autentica vocazione politica, che scandaglia nel profondo le situazioni di disagio e fornisce rimedi efficaci e di lunga durata.

Il Samaritano dell’ora prima

Giungiamo all’intervento dell’ora prima, non registrato da San Luca, ma pensato da don Tonino Bello in questi termini: «Se il Samaritano fosse giunto un’ora prima sulla strada, forse l’aggressione non sarebbe stata consumata» (A. Bello, op. cit., pp. 17-18).

Alla luce di questa rilettura della parabola del buon Samaritano, mi permetto di suggerire ai candidati alla poltrona di Presidente del Consiglio di fare i compiti a casa per non arrivare impreparati e in ritardo sulle urgenze di domani: servire lo Stato prevedendo i bisogni futuri, antivedere le urgenze, giocare d’anticipo sulle emergenze collettive, utilizzare il tempo, che ordinariamente sprecano nel riparare i danni, a trovare il sistema per prevenirli.

Politiche 2018: le domande

Prima di lasciarli a questi faticosi, anzi, utopici homework, vorrei perlomeno spronarli alla riflessione con una serie di domande.

Motivazioni di servizio o asserviti ad altre logiche?

I principi e gli ideali che balzano fuori dalle parole di don Tonino Bello dovrebbero motivare, sostenere e alimentare l’azione dell’uomo impegnato nella delicata arte della politica. Lei ritiene che l’uomo politico di oggi (senza distinzione di partito, schieramento, colore) possa tornare ad essere animato da motivazioni di servizio oppure che la logica cinica dell’essere del mondo non conosca ormai alternative? La fine delle ideologie significa anche la fine della politica come vocazione?

Esiste oggi una visione politica?

È immaginabile un politico dell’ora prima, considerando le difficoltà ereditate dai governi passati e quelle affrontate nel gestire l’esistente? Che fine ha fatto la visione in politica? Troppo spesso si sente dire dai nostri rappresentanti: ci hanno lasciato una voragine, è colpa di quelli di prima. Come si può invertire la rotta, trasformando il gioco dello scaricabarile in un’assunzione di responsabilità?

Come proteggere e coltivare la motivazione politica?

Quanto è forte la tentazione di abbandonare il campo per rigenerarsi nei tepori familiari, nelle gioie dell’amicizia, curandosi solo delle ordinarie responsabilità di uomo e donna, marito e moglie, padre e madre? Penso alla scelta di Alessandro Di Battista o a quella contraria di Renzi, che pure aveva prospettato l’opportunità di ritirarsi dopo il 4 dicembre, o ancora all’immarcescibile ottuagenario di Arcore…

Sulla cesura col passato

Il buon Samaritano, nella sua azione etico-politico, ci rimette sia tempo sia denaro. Quanta distanza da una classe politica che troppo spesso ha sfruttato la carica pubblica per arricchirsi e ha fatto del privilegio di casta, del familismo amorale e dell’egoismo del clan il proprio vestito! Non sarebbe forse bastato un accordo nella scorsa legislatura quantomeno per abolire i vitalizi? Tuttavia, come ben noto, sia la proposta Richetti sia quella del MoVimento 5 Stelle si sono risolte in un nulla di fatto. Perché?

È possibile realizzare oggi il principio di eguaglianza sostanziale?

Si è sentito dire, per esempio da parte dell’ex premier Renzi, che politiche come il reddito di cittadinanza sarebbero una nuova forma di assistenzialismo. Dal canto loro, i 5 Stelle si difendono dicendo che il sussidio verrà fornito solo a condizione che il cittadino si impegni attivamente nei percorsi di ricerca del lavoro, con l’assistenza degli uffici di collocamento. Sia chiaro, nessuno auspica il ripresentarsi di una logica assistenzialista. Riprendendo Marx, «da ognuno secondo le proprie capacità, a ognuno secondo i propri bisogni», è possibile comunque realizzare oggi il principio di eguaglianza sostanziale? Don Milani ci ha insegnato che trattare in maniera uguale situazioni diseguali è ingiusto. Senza ricadere nelle trappole dell’assistenzialismo, spesso legato al clientelismo e al diritto scambiato come favore, è immaginabile una politica che si faccia davvero carico degli ultimi, redistribuendo olio e vino?

In attesa di un vostro riscontro, vi auguro una campagna elettorale senza dover correre a nascondersi dai comprensibili improperi popolari. Un ultimo consiglio: lasciate stare i treni o le corriere in giro per l’Italia e optate per la giumenta, come il buon Samaritano.

Immagine di copertina: G. Conti, La parabola del Buon Samaritano (Messina, Chiesa della Medaglia Miracolosa, Casa di Ospitalità Collereale)

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  • Vive a Reggio Calabria, dove è nato, lavora, pensa e scrive. È avvocato civilista, con incursioni in diritto tributario e diritto del lavoro. È tra i fondatori di Suddiario. Appassionato della grammatica, ama leggere e scrivere — non solo di diritto, ma anche di politica, religione e psicologia.

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