Disagio giovanile e corresponsabilità educativa: il caso di Pamela

Era giovane Pamela ed era piena di sogni. Una testa castana, quasi bionda, quella di Pamela… ma anche, forse, un cuore pieno di rabbia: per i sogni non realizzati, per i desideri disattesi, per la fatica di credere in se stessa e per l’aspirazione di mostrare al mondo di potercela fare da sola, di essere grande e coraggiosa. Foss’anche quando il coraggio andasse dimostrato conficcandosi un ago nelle vene, per un momento di gloria o, più verosimilmente, per un attimo di pace, cercando un breve silenzio dal dolore, nel tentativo di attutire il rumore di una società chiassosa, disattenta e inevitabilmente sempre più sorda al richiamo disperato, e apparentemente incomprensibile, di questi tanti, troppi, giovani adulti – molto giovani e poco adulti – finiti nel tragico tunnel della droga.

Anche quello di Pamela era un problema di droga: proprio la tossicodipendenza, generatrice d’impulsi, azioni e (non) scelte, l’ha condotta – prima che alla morte fisica – allo spegnersi lento e inesorabile quand’era in vita, ancora. Sì, è vero, Pamela è stata uccisa e dissacrata, ma Pamela, a soli diciott’anni, al suo terzo tentativo fallito di percorso comunitario, era già morente nella sua voglia di vivere, di lottare e di credere.

A Pamela non è stato permesso di essere protagonista, né in vita né in morte. La fragilità emotiva e il ricorso alla droga per fronteggiarla le hanno rubato la scena in vita, facendola diventare una tossica fra i tossici, a discapito dei suoi “soli” diciott’anni, inevitabilmente destinati a un percorso comunitario, dove la difficoltà di rispettare le regole viene trattata con un’iper-regolarizzazione, al punto che purtroppo, spesso, anche il voler fumare una sigaretta fuori orario diviene un problema, perdendo di vista, almeno nell’immediato, la reale richiesta alla base di una ribellione o sovversione, con l’effetto di arrendersi e boicottare tutto.

In morte, invece, la scena le è stata rubata dall’assassino: ci si è occupati di Pamela solo per sottolineare ancora di più la brutalità di un maschio nero che uccide, come se le caratteristiche dell’omicida, quasi alla lombrosiana maniera, fossero più rilevanti ai fini giuridici (o politici) rispetto all’atroce fine della vittima.

Dopo i fatti di Macerata, puntati i riflettori sulla violenza e l’odio razziale, parlare di Pamela può e deve ancora avere un senso, perché la morte di una ragazza giovane e piena di sogni ci obbliga a scuotere le nostre coscienze, senza strumentalizzazioni per interessi personali o sociopolitici, e a riflettere sul disagio giovanile. Condizione che motiva la (non) scelta di drogarsi come unico rimedio palliativo di un dolore insopportabile e sordo, che può spingere a capofitto in una relazione pericolosa per sentirsi riconosciuti, apprezzati ed importanti.

Parlare di Pamela significa comprendere e acquisire il concetto di corresponsabilità e comunanza educativa, fondata sulla capacità di educare all’amor proprio e all’autostima, di far sentire e sperimentare l’altro come persona amata, comprendendo la necessità di stare accanto, nel percorso di crescita, da e come adulti solidi.

Parlare di Pamela significa prevenzione, significa comprendere che il giovane sofferente è stato probabilmente, salvo rari casi, se non un bambino che ha sofferto, un bambino che non ha avuto le opportunità, più che le risorse, per apprendere la gestione efficace delle situazioni, a riconoscere e convivere con le proprie emozioni, comprese quelle negative, e a tollerare la frustrazione dell’impossibile. Un bambino con un livello di autostima adeguato riuscirà più facilmente a sfruttare le sue potenzialità e a instaurare relazioni positive, rispetto ad un bambino con una radicata percezione di scarso valore di sé.

Parlare di Pamela oggi significa affermare a gran voce che una tossicodipendente appena diciottenne avrebbe diritto a percorsi alternativi di cura che, se intrapresi all’interno di una struttura comunitaria, dovrebbero essere specifici, individualizzati e tarati sui bisogni, più che sulle idee e le teorie; percorsi in cui, al centro, dev’esserci in primis la persona, “quella persona” con un problema di tossicodipendenza e non semplicemente “un tossicodipendente” svuotato del suo essere giovane, delle sue risorse e dei suoi sogni.

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  • Psicologa e psicoterapeuta con approccio umanistico-esistenziale, si è formata tra lo Stretto di Messina e la capitale. Interviene principalmente sulle dipendenze e sui disturbi del comportamento alimentare; si interessa anche di psicologia penitenziaria. Svolge attività di consulenza per il Ministero della Giustizia ed è responsabile del laboratorio di psicologia del movimento “Contaminiamo i saperi” presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria.

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