Oltre il nazionalismo e il federalismo: elogio dell’Europa economica

Comunità europea

Questa riflessione non ha le velleità della ricostruzione storica, non risponde all’esigenza scientifica di dar conto dei momenti topici della nascita e dello sviluppo dell’Europa unita, né a quella di delineare le forme giuridiche e i compiti degli organi e delle istituzioni delle Comunità europee e dell’Unione.

Il senso di questo ragionamento è squisitamente ideologico: si tratta di fornire – tramite suggestioni e spunti – una lettura politica delle ragioni morali, spirituali, esistenziali, che hanno portato all’Europa politica che conosciamo oggi e che è sorta dalle rovine del secondo conflitto mondiale.

Etimologicamente “economia” significa governo della casa e, prima di essere scienza, l’economia è davvero – ancora oggi – l’esercizio fruttuoso ed attento di una massaia alla prese con risorse scarse e con la conflittualità dei desideri e delle aspettative dei vari attori sociali. All’Europa, come è noto, troppo spesso viene rimproverato questo suo essere “economica”, il suo attardarsi burocratico e freddo su misure di dettaglio e regole di bilancio che sembrano non voler riconoscere il fecondo brulicare politico di tante forze e movimenti che vorrebbero fare del Continente e delle sue Istituzioni, innanzitutto, un luogo di confronto dialettico e competitivo di tanti e diversi popoli liberi di autodeterminarsi senza troppe restrizioni vincolanti.

La cosiddetta Europa dei Popoli, opposta all’Europa di Bruxelles, infatti, va riconosciuto, non è l’Europa Stato Federale, non sono gli Stati Uniti d’Europa ma, più prosaicamente, rappresenta solo l’ambito di scontro – e magari di sintesi temporanea – tra Stati mal disposti a cedere sovranità.

Il populismo attuale, nelle diverse declinazioni nazionali, ha questo in comune: l’idea che l’Europa si sia svenduta all’economia e alle sue regole mentre sarebbe necessario il prevalere di una politica intesa come sovranismo che rispondesse esclusivamente agli interessi del popolo, del proprio popolo, i cui “diritti” debbono prevalere sulla burocrazia ottusa ed uniformante della UE.

Basterebbe solo questo per capire come l’attuale demagogismo non è altro che una nuova declinazione del vecchio nazionalismo e che il primato del “politico” e del “popolo” inteso come illimitato esplicarsi d’una sovranità illiberale non può che portare alla fine delle istituzioni comunitarie e dell’Unione perché nessuna unità nelle regole può resistere all’iper valutazione dei propri interessi, dei propri valori, dell’identità delle piccole patrie interpretata come conflittuale ed escludente.

Ed è per questo che questi anni assomigliano tanto ai primi anni del Secolo Breve: la retorica del nazionalismo solo apparentemente crea affinità tra i partiti gemelli dei diversi stati europei mentre, in realtà, tali posizioni creano sempre maggiori distanze ed incomprensioni ed avvicinano la possibilità del conflitto.

Fu questa considerazione a spingere Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi alla redazione nell’inverno del 1941 del Manifesto di Ventotene. Questi pensatori radicali e federalisti furono pronti a declinare la nuova contrapposizione politica, il centro spirituale del conflitto degli anni futuri, non più sul crinale classico destra/sinistra ma, appunto, su quello dello scontro tra nazionalismo egoistico e federalismo utopico.

La Federazione che supera gli stati nazione, infatti, fu – per loro – espressione di un progressismo necessitato dall’esigenza di spuntare gli aculei del patriottismo in Europa e per fare ciò il “Manifesto” non temette di propugnare un nuovo tipo di socialismo nel quale la battaglia contro le diseguaglianze deve passare attraverso un dirigismo teso ad incidere sulla proprietà privata da abolire, correggere, limitare, estendere caso per caso e non dogmaticamente. E ancora, il Manifesto di Ventotene predice le forme di un vero e proprio Movimento rivoluzionario che non esclude il ricorso alla violenza dittatoriale.

Se le ragioni del “Manifesto” sono ancora oggi più che comprensibili e senz’altro come tali hanno ispirato romanticamente tante generazioni di sinceri europeisti è pur vero – ed è questa la tesi delle mie riflessioni – che l’ideologia di Ventotene non riuscì a chiudere definitivamente i conti con le tragedie del Novecento, anzi ne rappresentò specularmente il seguito di reazione, la risposta radicale agli errori politici del passato, una iper politicizzazione internazionalista del conflitto da opporre all’iper politicizzazione nazionalista.

Fu questa, quindi, la fonte ideale e morale dell’Europa che conosciamo oggi? La Ceca, la Cee, l’ Euratom la Politica agricola comune ed in seguito la UE sono diretta discendenza di questo federalismo mazziniano e socialista? Evidentemente no, e il prevalere del ragionamento economico su quello politico, della gestione pragmatica e concreta della casa comune sull’affermazione palingenetica della nuova Patria internazionale e rivoluzionaria ha rappresentato l’imporsi e l’affermazione di un altro approccio, di un riformismo concreto e gradualista di chiara ispirazione cristiana.

E sono così tre cattolici ad essere davvero i padri fondatori dell’Unione europea: il francese Robert Schuman, il tedesco Konrad Adenauer, l’italiano Alcide De Gasperi.

Contro ogni sterile rivoluzionarismo, mettendo al bando qualsiasi tentazione violenta d’affermazione dittatoriale (per quanto transitoria) è appunto la dichiarazione Schuman del 1950 a cassare definitivamente in Europa le violenze novecentesche, a rigettare la mistica del conflitto politico totale, a depotenziare l’ansia ideologica del nuovo inizio e di un aggiornato scientismo socialista per porre le basi economiche di uno stare insieme non retorico fondato su precise direttive, sulla teoria del “possibile”.

Due furono gli obiettivi del ministro degli esteri francese Schuman, del Cancelliere tedesco Adenauer e del Presidente del Consiglio italiano De Gasperi: il primo, “rendere materialmente impossibile la guerra in Europa” attraverso la fusione delle produzioni di carbone e di acciaio. Ed attenzione, la dichiarazione Schuman precisa che la guerra non deve essere solo impensabile ma deve essere “materialmente impossibile” e ciò perché gli eventi della prima metà del Novecento avevano ben chiarito che non basta rifugiarsi nell’impossibilità teorica, che non serve credere alla superiorità intellettuale di un popolo per impedire la trasvalutazione dei valori generati dal contagio nazionalista.

La lezione del Novecento – ben compresa da Hannah Arendt – è che il pensiero non basta, il pensiero non è un argine al male quando le coscienze pervertite dal consenso generale pian piano si adeguano al mutamento del Comandamento base, e passano dal non uccidere all’uccidi! Il tutto veicolato dalla verità di Stato, dall’ autorità della Legge, dalle formalità asettiche delle circolari applicative che tramutano in perfetti strumenti di sterminio solerti burocrati.

È questa la “banalità del male” che è stata l’apocalissi del pensiero europeo. Contro quella apocalissi, il sano scetticismo cattolico di Schuman sa bene che L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme e che essa non può che sorgere – come una casa comune – da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto, una solidarietà economica, appunto.

Il secondo obiettivo concreto delle riforme possibili fu: “niente più fame in Europa!”, che si tradusse in quella Politica Agricola Comune che ancora oggi sostiene la ricchezza alimentare del Continente lungo le seguenti direttrici: 1. assicurare un tenore di vita equo alla popolazione agricola; 2. orientare le imprese agricole verso una maggiore capacità produttiva (limitando i fattori della produzione, aumentando lo sviluppo tecnologico e utilizzando tecniche agronomiche migliori); 3.stabilizzare i mercati; 4.assicurare prezzi accessibili ai consumatori.

Tutte misure minime, scelte concrete, visioni pragmatiche che hanno consentito la più duratura stagione di pace nella storia del continente europeo. È mancata a questa costruzione economica una Costituzione valoriale e politica precisa e discriminante? Probabilmente è mancata nel senso che l’assuefazione alla libertà, allo stato di diritto, alla ricchezza interna, ai successi della protezione agricola e del Mercato Unico ha portato a considerare come un dato di natura, come una acquisizione irreversibile, quello che è invece una conquista straordinaria di equilibri precisi che rischiano di essere travolti da un politicismo estremo che – oggi – tenta con successo di opporre all’economia delle regole, all’ordo liberalismo dei bilanci e della fiducia fondata sui patti da rispettare, le esigenze diverse (immediatamente tradotte in slogan da leader capaci di calamitare consenso) di un Popolo fittiziamente rappresentato come un monolite refrattario alle normative di dettaglio, ai vincoli di spesa e di moneta.

È ovvio, la politicizzazione radicale delle dinamiche europee, il cedimento dello Stato di diritto alle ragioni di Stato, alla sovranità popolare interpretata come smisurata, non costretta e veicolata dalle forme delle Costituzioni e dei Trattai istitutivi e un nuovo radicamento di ideologie fondate su Movimenti rivoluzionari che promettono un eden sorgente dalle rovine della quotidianità, non fanno altro che proiettare sinistramente le ombre di un passato mai davvero scomparso, gli echi di violenza e di guerra che risuonano dentro slogan che paiono nuovi solo agli stolti, agli inconsapevoli, ai tanti interessati alla destabilizzazione definitiva di una libera area di pace.

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  • Giurista e dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia sta in equilibrio tra attività di vigilanza in materia di lavoro e la ricerca nell’ambito della teologia-politica. Di Reggio, vive a Villa San Giovanni dopo aver girovagato soddisfatto tra Parma e Venezia.

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