Mafia e politica, per il taglio di un legame perverso

mafia e politica

«Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo». Tra le due strade indicate da Paolo Borsellino sembrerebbe che una parte della Politica continui a battere la via dell’accordo.

Sin dai tempi dell’università subisco il fascino di questo istituto: non solo perché l’accordo è lo strumento giuridico più importante nella vita delle persone, ma per l’esperienza umana che esso contiene: trattative, incontri, relazioni, intese, capacità di auto-disciplinarsi.

Alla fine ci si sceglie, e la scelta è un ponte tra due libere volontà.

L’uso disfunzionale dell’accordo

Ma dal fascino alla repulsione il passo è breve, soprattutto quando gli effetti di quelle trattative sono l’illegalità, il disordine e la menzogna, polvere negli occhi per frastornare e meglio depredare.

Libro Nero” è il nome dell’ennesima operazione investigativa della DDA di Reggio Calabria che ha disvelato l’uso improprio e ripugnante dell’accordo: una fitta rete di relazioni tra la più potente criminalità organizzata, la ‘ndrangheta, e imprenditori, professionisti e coloro che in Calabria partecipano alla direzione della regione come rappresentante della stessa o di una organizzazione di partito. In breve, un intreccio tra mafia e certa politica.

Una distinzione da tenere a mente

Da strenuo difensore dello Stato di diritto, non intendo lasciarmi andare ad alcuna forma di sciacallaggio. Non m’importa danneggiare l’immagine di questo o di quel politico e, per di più, il tintinnio di manette non mi arrapa affatto, con buona pace di moralizzatori, giustizialisti e compagnia cantante. La giustizia penale farà il suo corso, nei suoi luoghi, coi suoi tempi e secondo le sue proprie regole.

Il processo giudiziario è Alt(r)a e diversa cosa rispetto a quello che si svolge sui mezzi d’informazione: quest’ultimo è tutto ciò che avviene fuori dallo Stato di diritto: nel nessun luogo. Il processo penale ha un posto deputato dove celebrare la Giustizia e si sviluppa nel rispetto delle garanzie costituzionali; l’uno ha un percorso definito e temporalmente scandito, l’altro nessun ordine; il processo penale ha un termine finale (si conclude col giudicato), quello mediatico nessuna fine. Il giudizio penale è emesso da un organo «terzo ed imparziale» professionalmente formato, competente e attrezzato. La “sentenza parallela” può essere pronunciata anche dal quisque de populo.

Mafia e politica: lo stato dell’arte di un legame cattivo

Il presente ci consegna uno spaccato inquietante e sconfortante, è vero. Uomini e donne incapaci, mediamente intelligenti, disonesti e asserviti a centri di potere (non solo criminale) ricoprono incarichi di altissimo livello, in politica e non. Un Paese che se ne infischia del merito, del curriculum e delle competenze, che incolla alle poltrone che contano chi vive di e per i compromessi. Personaggi senza amor proprio (orgoglio ancora meno) mossi dall’ambizione e con l’unico obiettivo del successo. Non quello legittimo, a cui è lecito aspirare, da ottenere a lacrime e sangue, ma quello di chi, non avendo altri mezzi, ha imparato a chinare la testa, molto meglio e molto più degli altri. Un gruppo dirigente che ha rinunciato a stare con la schiena dritta, perché ha scelto di diventare terminale istituzionale di questa o di quella cosca.

C’è ancora sete di giustizia e di libertà che non accetta l’intreccio perverso tra certa politica e la mafia

Tuttavia, nonostante le inchieste giudiziarie e le sentenze ci schiaffino davanti agli occhi la c.d. stanza dei bottoni occupata da siffatti lorsignori e lordame, c’è una consistente fetta della società civile che non intende rassegnarsi a questo stato di cose. Trattasi di uomini e donne perbene che hanno sete di verità e di giustizia e che desiderano liberarsi per sempre non solo dall’organizzazione criminale intesa come ‘ndrangheta (o mafia o camorra), composta da killer e uomini d’onore, ma soprattutto dalla mentalità mafiosa, che ancora purtroppo pervade il tessuto sociale del nostro Paese.

Mentalità mafiosa da intendersi come quella “devianza” che confonde il diritto col favore. Mentalità che vede il lavoro come una concessione del “signorotto” di turno e che considera «il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» una mera eventualità.

Slegare la Politica dalla mafia: una lotta di liberazione e una rivoluzione culturale che devono riguardare tutti

Come e cosa cambiare perché tutto cambi davvero?

La storia ci consegna eroi come il giudice reggino Scopelliti; i magistrati siciliani Saetta, Livatino, Chinnici, Falcone e Borsellino; il commissario della Polizia di Stato Ninni Cassarà e tanti altri che hanno sacrificato tutto in nome della verità e della giustizia. Eppure, la lotta di liberazione dalla mafia e dalla mentalità mafiosa non possono vincerla soltanto i magistrati e le forze dell’ordine. È una lotta che si vincerà (ne sono convinto!) innanzitutto attraverso una rivoluzione culturale che deve coinvolgere tutti, governati da una parte e governanti dall’altra. Lotta che deve (ri)considerare soprattutto temi come: difesa dei diritti sociali, adempimento dei doveri, nuova concezione del rapporto tra consociati e legge, diffusione dei concetti di acculturazione e interculturalità soprattutto nelle aree maggiormente interessate dal fenomeno migratorio (mafia è anche caporalato e sfruttamento dei migranti sui campi del Mezzogiorno e nei cantieri al Nord).

Uno sviluppo integrato dei diritti civili e sociali

Una vera emancipazione dell’individuo passa attraverso un promovimento dei diritti civili e sociali. Attraverso un processo in forza del quale vengano sviluppate entrambe le componenti. È indispensabile che laddove si riconoscano diritti civili (ossia diritti che rispettano la coscienza dell’individuo, la sua capacità di autodeterminarsi e il suo desiderio di realizzare pienamente la propria individualità senza impedimenti) si sviluppino di conserva anche diritti sociali (come il diritto al lavoro, il diritto all’istruzione e all’assistenza sanitaria). Insomma quei diritti che fanno dell’individuo un’entità comunitaria che può crescere come singolo all’interno di un gruppo sociale composto da persone egualmente libere.

Da qui la necessità che lo Stato – accanto ai diritti civili e politici – garantisca anche quelli sociali, non limitandosi a riconoscerli e a definirli sul piano normativo, ma intervenendo in concreto tramite l’impiego di ingenti risorse finanziarie. Specialmente al Sud, questi diritti sociali sono oggi più che mai negati, innescando un processo vizioso di spopolamento da una parte, di impoverimento economico e morale dall’altra.

L’adempimento dei doveri

Il movimento del Sessantotto, certamente condivisibile nelle sue intenzioni emancipatorie, ci ha consentito di compiere un grande balzo in avanti nelle conquiste sociali e civili. Tuttavia forse ha avuto un effetto “edulcorante” nell’atteggiamento verso il dovere.

I diritti sono sacrosanti e vanno tutelati, ma come singoli cittadini (insegnanti, educatori, professionisti etc.) dobbiamo tornare a trasmettere un sano e rinnovato senso del dovere. Perché per avere bisogna anche dare. Bisogna riscoprire il significato e l’importanza dell’impegno: il valore unico del contributo che ognuno può dare al processo di costruzione del presente e del futuro.

Una nuova concezione del rapporto tra cittadini e legge

Sviluppare una nuova concezione del rapporto tra cittadini e norma giuridica: una società fondata sulla legge è un’organizzazione da cui tutti traggono beneficio. È un sistema che conviene – soprattutto a chi ha più bisogno. Rispetto delle regole significa convivenza civile, che offre a tutti una vita migliore e una crescita ordinata. Diversamente, ci si troverebbe dinanzi a un gruppo sociale dove a prevalere sarebbero sempre i rapporti di forza e gli interessi particolari di qualcuno.

Dunque, promuovere una visione di legalità in termini di “convenienza” è un’attività che deve stare a cuore a tutti. Legalità significa miglioramento della qualità della vita.

L’acculturazione e l’interculturalità

Infine, andando contro il senso comune di molti italiani, va evidenziato come il rinnovamento del Mezzogiorno e dell’intero Paese passi attraverso l’incontro con culture altre, l’incrocio e l’ibridazione delle prospettive sul mondo capaci di scardinare logiche vecchie e stantie, incrostate di abitudini nocive per l’intero tessuto sociale. 

Si capisce perciò che acculturazione e interculturalità potrebbero essere due ulteriori strumenti per la crescita del Meridione. Un’area notoriamente impregnata di situazioni di malessere cronicizzate dalla presenza pervasiva della criminalità organizzata. Aggravata dall’esistenza di un importante svantaggio socio-culturale e da una politica insensibile alle istanze e ai bisogni di quel territorio.

L’«acculturazione» è quel processo che si verifica quando un popolo o un gruppo di individui con culture diverse assume, in seguito a migrazione, la cultura di un altro popolo o parte sostanziale di essa.

Col termine «interculturalità» s’intende sia la capacità di portare culture diverse in relazione fra loro sia la capacità di identificare strategie efficaci perché ciò avvenga.

Verso un’utopia possibile contro lintreccio tra certa politica e la mafia

Mi avvio alla conclusione. Migliorare le coscienze e la sensibilità di tutti noi verso gli altri porterebbe come conseguenza virtuosa quella di ampliare la sfera dei diritti e ridurre la spesa pubblica. Emancipazione individuale e collettiva per sottrarre terreno alle mafie. Sarebbero i fondamenti di una società nuova e migliore. Tutto ciò richiede una morale, una politica e una visione capaci di disegnare una polis diversa. Un’utopia possibile, anzi, credibile.

Per dirla con Livatino, «non ci sarà chiesto se siamo stati credenti ma credibili».

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  • Vive a Reggio Calabria, dove è nato, lavora, pensa e scrive. È avvocato civilista, con incursioni in diritto tributario e diritto del lavoro. È tra i fondatori di Suddiario. Appassionato della grammatica, ama leggere e scrivere — non solo di diritto, ma anche di politica, religione e psicologia.

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