Le feroci confessioni di un serial killer nell’ultimo film di Von Trier

La casa di Jack, ultimo lavoro di Lars Von Trier, è un film su un serial killer, ma lo è solo in apparenza. In realtà, ad una attenta lettura, è qualcosa di molto più complesso. Si tratta di un film che, attraverso la storia si Jack (Mr. Sophistication), ci parla del significato dell’arte, di quanto essa sia incompresa, e di cosa si nasconde dietro il concetto di arte. La trama è molto semplice: un serial-killer si crede un artista, è un personaggio che compie degli omicidi come se creasse un dipinto o una scultura. Attraverso un processo di auto distruzione, Jack attua una vera e propria discesa nell’Ade (dove appare persino la figura di Virgilio che rappresenta la stessa coscienza) senza possibilità di redenzione, raggiungendo livelli estremi di narcisismo.

The House That Jack Built è un film a tesi – l’omicidio come arte – caratterizzato da diversi riferimenti letterari e filosofici. Come nel Il Soccombente di Thomas Bernhard, anche Trier soccombe davanti al genio di Gould, ma anziché optare per il suicidio, esprime il suo narcisismo guardando la sua immagine riflessa allo specchio e poi mutilando corpi congelati. Il regista sceglie di realizzare un cinema mortifero, e lo fa con una dedizione totalizzante, seguendo una strada, quella del narciso, dimenticandosi della morale. Un cinema che non ammette vie di uscita. Una scelta azzeccata del regista è stata quella di accostare i cinque incidenti a vere opere d’arte (ad es. il volto sfigurato della prima vittima viene associato, con uno splendido gioco di dissolvenze, al quadro cubista di Juan    Gris).
“Un ingegnere legge la musica, un architetto la scrive”. Tutto il pensiero di Jack/Von Trier ruota attorno a questa frase che viene pronunciata più volte da Matt Dillon che interpreta Jack, dando vita ad una delle sue migliori performance.
Da notare che durante la narrazione vengono inseriti spezzoni di suoi film che dovrebbero aiutare a comprendere meglio le teorie di Jack sul gesto artistico.

Il fine ultimo di Lars Von Trier è stato sempre quello di guardare nell’oscurità dell’animo umano, che ha fatto commettere all’umanità stessa i crimini più efferati. Come il negativo di un rullino fotografico fa emergere il lato oscuro della luce, così il cammino di Jack sarà una lenta discesa agli inferi.

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  • Vive a Reggio Calabria. Dopo anni passati fuori per lavoro, è ritornato nella sua città. Blogger, appassionato di fotografia, musica e cinema. Presidente dell'associazione culturale Fahrenheit 451. Vincitore del concorso fotografico “Calabria-back to the beauty” (Calabria Contatto). Ama la letteratura, con una predilezione per gli scrittori di fine Ottocento e Novecento. Si pone come obiettivo quello di condividere la valorizzazione del territorio e del mondo visto con gli occhi della gente del Sud.

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