La trappola delle identità escludenti

Brexit

In due recenti interventi sulla stampa, l’uno su Libero e l’altro su Il Foglio, Marco Minniti e Michele Salvati, nel tentativo di ragionare sul futuro ideologico del Partito Democratico, nell’epoca del trionfo populista e sovranista, sembrano concordare su un punto: è quello tra Società Aperta e Società Chiusa lo scontro, la dialettica epocale su cui misurare Destra e Sinistra.
Liberalismo di Sinistra dice Salvati; necessità di coinvolgere i moderati contro il radicalismo alla Orbán sostiene Minniti, il tutto per salvare l’Europa – e, quindi, la pace – dalla implosione provocata dai risorgenti nazionalismi.
La dialettica su rappresentata, come è evidente, è anche la dialettica tra paura e fiducia, tra spirito apocalittico tutto compreso in un atteggiamento difensivo e retrogrado e speranza di progresso e crescita fondata sulla libertà.
Un partito di Sinistra, in un quadro di tal specie, dovrebbe sostenere in fiducia delle proprie idee una posizione al momento minoritaria e impopolare.
Ed in effetti, e Salvati ce lo ricorda, il Partito Democratico nell’era di Renzi, tra i tanti errori dell’eccesso personalistico, ha preso posizione con decisione in tal senso, rappresentandosi come unica alternativa alla deriva demagogica e semplicistica.
I fatti – l’alleanza governativa giallo/verde, la deriva grillina verso l’egemonia leghista e l’irrilevanza strategica del tardo berlusconismo – sembrano confermare l’intuizione e la scelta di campo dei riformisti.
Tornare indietro, riproporre la retorica della “costola della Sinistra” e vagheggiare l’intesa con i Cinque Stelle appare, in effetti, un’assurdità degna della strategia, ad esempio, del governatore pugliese Emiliano, uno che francamente tutto sembra tranne un uomo di Sinistra.
La scelta di campo, è ovvio, va ribadito, è al momento perdente; i flussi elettorali confermano il successo della proposta integralista, protezionista e isolazionistica ma ciò non può condizionare l’alternativa, non deve incidere sull’opposizione “altra”.
Rincorrere i populisti sullo stesso campo (le critiche ingenerose alla UE, alla Merkel, all’ordo-liberismo) non premiano quella parte di Sinistra in attesa di ritornare all’usato sicuro della “ditta” marxista.
Il voto, infatti, premia i populisti duri e puri, quell’originale della chiusura e dell’esclusione che si impone su ogni copia di Sinistra.
Si tratta al momento di resistere nella chiusa ridotta che si pone come “freno” al flusso escatologico degli aizzatori delle masse scatenate contro i “nemici” (stranieri, banche, libero mercato, concorrenza, Euro, conti pubblici) e di certo non sembra conveniente seguire la strada del vetero-laburismo alla Corbyn.
Posto, infatti, che questo continua a perdere – penso alle ultime amministrative 2018 contro un partito conservatore guidato da una debolissima sig.ra May ed in ambasce per le gravi problematiche emergenti dalla Brexit che sta svelando i propri aculei velenosi –, è proprio la scelta protezionistica e pro Brexit del vertice dei laburisti inglesi a concorrere decisamente verso l’eclissi della Sinistra e la compromissione dell’Europa unita.
Più che la confusione dei conservatori e della loro temporanea fascinazione populistica, sono infatti i compagni di Corbyn – che stanno venendo meno sul punto al proprio ruolo di opposizione – a contribuire a spingere la Gran Bretagna fuori dall’Europa, mentre sarebbe bastata una contrarietà decisa, un europeismo convinto degli interessi comunitari degli inglesi, un dissenso senza paure ed aperto al futuro dell’interscambio comunitario culturale, economico e sociale per mettere definitivamente in contraddizione la Brexit, già abbandonata da buona parte degli antichi elettori referendari.
Non per nulla è stato il partito liberaldemocratico (i Lib Dems), l’unico ad avere una netta posizione anti-Brexit, a guadagnare, nelle amministrative, decine di seggi e nella capitale e a conquistare Richmond, una delle zone che nel referendum avevano votato a grande maggioranza per restare nella UE.
Quindi, invece di evidenziare la crisi di un Paese isolato che si sta avviando verso il declino, verso un isolamento che penalizza i giovani e gli intraprendenti per rassicurare gli anziani e i già protetti, il socialista (?) Corbyn oggi propone la c.d. Brexit dolce: l’uscita dalla UE ma la conservazione della unione doganale delle merci insieme alla mano libera per concludere accordi con paesi terzi. Una follia del tipo “botte piena e moglie ubriaca” evidentemente inaccettabile per gli europei, una terza via della vergogna che continua ad agitare – da Sinistra – lo spauracchio sindacale per lo straniero, il timore dei posti di lavoro “rubati” da chi viene da fuori, nascondendo la ricchezza degli afflussi esterni anche imprenditoriali, l’apporto produttivo di lavoro ed intelligenze che non può che generare crescita.
Un Labour davvero tale, davvero riformista ed aperto al futuro quanto cultore del metodo liberale, avrebbe già da tempo attuato la spallata, veicolando la giusta rappresentazione di un Partito che non vuole perdere il treno del progresso, che sta con i millennials e che è pronto a ridiscutere – magari candidandosi davvero a vincere nuove elezioni politiche – una posizione estemporanea ed erronea (la Brexit veicolata dalle paure) che mal si concilia con gli interessi di un grande Paese.
Di questo, tra l’atro, ha discusso Alastair Campbell, fautore del New Labour blairiano, all’interno di una recente conferenza del think tank Progress. E questo, inoltre, costituisce la molla ideale e programmatica che, finalmente, muove gli studenti a scendere in Piazza contro il conservatorismo di Corbyn, utilizzando lo slogan efficacissimo: “Se sei per la Brexit, sei di destra !”.
Altro che ritorno al piccolo Regno e alle piccole Patrie !
Nell’epoca dell’apparente irrilevanza di una strategia altra – nell’epoca della neo Destra vincente ma non davvero convincente alle prese con la demagogia illiberale e la mal compresa pantomima di una “democrazia diretta” in vero etero-diretta – il sale ed il lievito della Sinistra possono e debbono giocare un ruolo decisivo e storico, un ruolo naturalmente proiettato al cambiamento.
In questo senso va intesa, a mio parere, la forte opposizione “di base” che oppone i democratici italiani ai pentastellati: non si tratta, dunque, di convincere o di far tornare gli sbandati nell’alveo del buon senso, non si tratta di esercitare una rinnovata stagione pedagogica verso movimenti la cui matrice è smaccatamente destrorsa, si tratta di incarnare popolarmente una contrapposizione netta, di boicottare un disegno miope fatto di recinti e di autarchia.
Sarà in grado la Sinistra italiana/europea di incarnare questo compito storico? Saranno le prossime elezioni europee il campo di battaglia di tale posizionamento, e solo comprendendo tutto ciò si potrà davvero discutere – da Sinistra – di un fronte comune dei democratici e dei liberali contro i nemici della Società Aperta.

 

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  • Giurista e dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia sta in equilibrio tra attività di vigilanza in materia di lavoro e la ricerca nell’ambito della teologia-politica. Di Reggio, vive a Villa San Giovanni dopo aver girovagato soddisfatto tra Parma e Venezia.

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