La spericolatezza gialla del linguaggio: intorno a “La settima funzione del linguaggio“ di L. Binet

Ammetto di non aver letto nulla di Laurent Binet prima d’ora e di essermi imbattuta nel suo ultimo romanzo, dopo una casuale conversazione con un’amica che faceva cenno ad alcuni dei protagonisti della “crime story”: Roland Barthes, Jacques Derrida, Michel Foucault… Lo scatto della curiosità, dello stare in agguato rispetto al nuovo, è stato immediato e senza dubbio premiato: Binet viene, non a torto, accostato, nelle sue operazioni epiche, all’Eco de Il cimitero di Praga o de Il nome della Rosa.

L’imponente mole del libro non corrisponde ai tempi di lettura, il testo scorre d’un fiato, divertendo il lettore: basterebbe citare una delle scene iniziali, nella quale Foucault sfugge alla conversazione con il commissario Bayard, ripetendo ad ogni piè sospinto di non voler lasciarsi identificare dal potere ed esclamando che Roland Barthes, investito da un furgoncino, è stato in realtà ucciso dal sistema.

Tuttavia La settima funzione del linguaggio non mi pare destinata ad una fruizione universale: bisogna avere una certa familiarità con il linguistic turn, con il panorama intellettuale degli anni Ottanta e con la filosofia in generale per avere la pretesa di non perdere l’equilibrio nell’affastellato groviglio di deformazioni ironiche, fantasie sfrenate e realtà storiche dell’intero romanzo. Binet finge di rivolgersi ad un lettore universale, che possa in parte corrispondere ad uno dei principali protagonisti del testo, il commissario Bayard, digiuno di semiotica, strutturalismo, post strutturalismo e profondamente avverso ad ogni posa codificabile nel variegato insieme dell’“intellettuale di sinistra”, ma si tratta esclusivamente di un’astuzia letteraria. Il commissario riesce abbastanza in fretta a collocarsi sulla linea delle folli dispute che si tengono all’interno della stravagante loggia del Logos Club; l’essere affiancato da Simon Herzog, brillante ricercatore e vero protagonista del libro, non basta a dar ragione della rapidità con cui Bayard riesce a comprendere, e a comprendere se stesso, entro il quadro di teorie e interpretazioni a lui profondamente aliene. Si ha la costante impressione di poter effettuare un’ideale reductio ad unum dei caratteri di Simon Herzog e di Bayard, facendo riferimento ad un unico personaggio prismatico, probabile speculum dell’autore, che ama così tanto ciò che ha studiato per anni da poterne prendere le distanze e farne una caricatura al vetriolo, sottolineandone in qualche modo i tratti di vacuità. Si pensi soltanto alla vivacissima descrizione degli astanti ad un maestoso e monumentale Convegno, decritti come in un teatro di marionette, in cui si sovrappongono interventi su interventi, rispondenti ai diversi tipi esistenziali, e principalmente lunghissime domande nelle quali si è smarrito il punto interrogativo, come semplici esibizioni del proprio sapere.

Ci troviamo di fronte ad un giallo anomalo, non mancano i brividi e le tensioni tipiche del genere, si susseguono omicidi, asce che mozzano dita e mani (e non soltanto quelle, si veda il prezzo decisamente più alto pagato da Sollers sul finire del romanzo), apparizioni di spie di nazionalità e segni differenti, ma la sensazione è che sull’impianto giallo prevalga una tensione di altra natura, ovvero la costante ricerca dell’ulteriore, come modo per imparare a guardare nuovamente ogni cosa o più semplicemente per imparare a guardare. Si può ancora scrivere, studiare affannosamente, dopo aver incontrato lungo la via ciò che disvela l’illusione e l’impossibilità di un senso ultimo e definitivo, se non dando corpo ad una corale in cui l’ironia si fa salvifica e in un certo senso irresistibile?

Searle, Kristeva, Althusser, Lacan ed Eco si trasformano, attraverso la penna spericolata di Binet, in statuine di cartapesta, apparentemente dinamiche, invero immobili, collocate in un presepe dal sapore surreale proprio perché fin troppo reale: si alternano scenografie che vanno dall’attentato terroristico della stazione di Bologna, al match fra i tennisti Lendl e Borg, sino allo scontro elettorale Giscard –Mitterrand.

Non posso fare a meno di rilevare la fragilità di talune operazioni metanarrative, come quelle in cui Herzog si rivolge al suo ipotetico e sadico scrittore, ormai certo di vivere all’interno di un romanzo, che in parte fanno vacillare la struttura, così ben allestita nel suo armonico succedersi di scanalature di vero, verosimile ed inventato, in puro esercizio di stile.

Quale che sia la settima funzione del linguaggio, a metà fra il magico e il performativo, la sensazione è che ben oltre la riuscita carica di suspense, l’ammaliante fittezza di misteri e di depistaggi, la scrittura brillante, nel romanzo si alluda alla necessità di un gesto eminentemente politico, oggi come allora. Non mi riferisco al fatto che la settima funzione del linguaggio, contesa, agognata, nascosta (e persino modificata all’insegna della différance), sia finita, da ultimo, nelle mani di un politico di professione, mi riferisco invece ad un più ampio concetto di responsabilità. Si tratta dell’antica lezione aristotelica della Retorica, inerente le capacità di deliberazione dell’uomo, l’assunzione di un personale impegno in ciò che si dice, l’investimento della propria humanitas nel logos[1], che da solo basterebbe a scacciare lo spettro, evocato dal testo in modo tanto reiterato quanto obnubilato, di un linguaggio come strumento di potere o peggio ancora di un linguaggio del potere come veicolo di ogni possibile vuotezza di humanitas.

[1] Cfr. Aristotele, Retorica, Mondadori, Milano 1996; F. Piazza, La retorica di Aristotele. Introduzione alla lettura, Carocci, Roma 2008.

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  • Edvige Galbo, nata a Palermo, PHD in Metodologie della Filosofia e docente di Storia e Filosofia, divora libri che restringono sempre di più lo spazio in cui vive ma allo stesso tempo anche un pericoloso disincanto. Le sue ricerche si muovono principalmente nel campo dell’estetica. Avrebbe milioni di ragioni per smettere di farlo, ma le piace continuare a credere che “alla libertà si arriva solo attraverso la bellezza”.

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