La società del segreto

Difficile negare che oggigiorno l’aspirazione dominante nel discorso pubblico sulla circolazione delle informazioni sia tesa verso la realizzazione di una “società della trasparenza”, secondo la felice definizione di Byung-Chul Han, che riprendeva e attualizzava in un suo saggio del 2012 le argomentazioni di Georg Simmel sulla necessità sistemica del segreto nella società moderna. 

Il saggio di Han, (pop-)filosofo niente affatto digiuno di lacanismo, ha il merito di cogliere alla radice il senso di questa apparentemente salvifica invocazione al pieno dispiegamento di tutto ciò che è oscuro, di ciò che non si palesa, restando acquattato nell’ombra. Il difetto di questo elogio dell’immediatezza e dello svelamento di ogni segreto viene tra l’altro rilevato in un recente contributo di Vincenzo Musolino su Strade­: ciò che va perduto nell’epoca del diritto incondizionato alla conoscenza, della caduta di ogni velo, di ogni mediazione, di ogni filtro, è «quella trascendenza di senso, quell’alterità di ragioni che può senz’altro giustificare – nelle plurime situazioni limite – il mistero, il segreto».

Come sottolineato da Han, rifiutare il mistero significa mettere da parte il negativo, l’eccedenza di senso, la trascendenza, il travaglio di fare i conti con l’insondabile. Negare il segreto è negare l’Altro, l’incontrollabilità e il mistero degli eventi del mondo, delle altre persone, di noi stessi. Il segreto abita infatti dentro di noi, è la nostra parte più “estima”, direbbe Lacan: è l’intimità che ci sfugge, il “perturbante”. Non a caso, per Freud, il “perturbante” (unheimlich) è un concetto estremamente sfuggente: esso finisce per coincidere, paradossalmente, con il suo opposto, heimlich (il “familiare”). Cosa significa questo per noi?

Freud ci mette di fronte a questo estremo paradosso: il familiare, contenuto nella parola heimlich, contiene in sé anche il segreto, così da scivolare verso il suo opposto. Ciò che è più interno ci diventa estraneo, perché la nostra intimità non è altro che una piega. Dunque il “perturbante” è il segretamente familiare, e ciò in due sensi, come ripreso brillantemente anche da Mark Fisher, nel suo The Weird and the Eerie: anche ciò che ci appare più ovvio e comune ha un lato di segretezza, di inquietante stranezza, ogni quotidianità possiede un che d’ineffabile. Allo stesso tempo, l’estraneità dell’ovvio porta alla luce ciò che resterebbe altrimenti invisibile, l’intimità rimossa e pulsionale impossibile da guardare in faccia. 

La “visione” del nostro inconscio non è però un riconoscimento, un senso di rispecchiamento: è piuttosto un salto nel buio, accettando il fatto che non ci si può aggrappare allo spazio, ma col conforto che non c’è un fondo. Il mistero dell’Altro è, infatti, quello della Donna: senza fine, bello.

Il perturbante è allora il segretamente familiare, è la nostra familiarità col segreto, con l’inappropriabile, con lo sfuggente, con il femminile. Con tutto ciò che questo ha di  meraviglioso e di spiazzante.

Non è forse strano e inquietante il nostro mondo, come tragicamente evidenziato da Fisher? Eppure, questa inquietante stranezza, questo doppio che ci guarda dallo specchio e che stentiamo a riconoscere, è l’unica occasione che abbiamo per non ridurci al piatto essere soltanto “questo”. È tutto qui? No, non è tutto qui, non siamo solo quello che diciamo, che mostriamo, che postiamo, che compriamo, che riproduciamo.

Abbiamo senso anche se non veniamo messi in play. Non serve produrre e riprodurre, perché la melodia è nascosta tra le pieghe che ci separano da noi stessi, tenendoci uniti nell’unica maniera possibile: quella del salto esistenziale e logico, del volo del calabrone che non potrebbe volare per la propria conformazione, eppure, poiché non lo sa, lo fa. Noi voliamo nonostante tutto quello che di noi sappiamo, proprio perché esiste un inconscio pulsionale, un mistero desiderante, un segreto inviolato. È di quel segreto nell’Altro che, ancora, ci innamoriamo. È da quel segreto che ancora può nascere un Io che non pretenda di riconoscersi allo specchio, tutto intero, tutto risolto – narcisisticamente perfetto. È da quel mistero che ancora può nascere una comunità in cui si accetti senza rancore che non tutto si può dire, non tutto si può fare, non tutto si può sapere.

Una società della condivisione, certo. La condivisione di un mistero. 

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  • Nato a Reggio Calabria, si è formato nell’area dello Stretto, coronando la sua formazione con un Ph.D. in Metodologie della Filosofia presso l’Università di Messina. Pop-filosofo di osservanza deleuziana, si occupa di estetica, psicoanalisi e filosofia della cultura di massa, con diverse pubblicazioni al suo attivo. Fa parte del comitato editoriale della rivista internazionale Mutual Images.

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