La Resistenza ci ricorda quello che siamo

La Resistenza ci ricorda quello che siamo

La Resistenza, il 25 aprile, ogni anno richiama praticamente qualche polemica. Sembra non facile accettare, persino nelle istituzioni repubblicane sorte per merito delle lotte partigiane, la cruciale importanza di questo evento. Nel momento in cui siamo abituati alla democrazia e alla libertà, risulta difficile capire quanto preziosa sia stata questa conquista. La liberazione d’Italia dal nazifascimo non è infatti la vittoria di un partito su un altro. È piuttosto la condizione fondante la nostra democrazia.

 

La democrazia contro il mito del “capo carismatico”.

È semplicemente la vittoria della democrazia sulla tirannide, sulla discrezionalità del cosiddetto “uomo forte”, del grande capo, che risolve le ansie del popolo, ponendosi a guida e svincolandolo dalle proprie responsabilità. L’uomo che si fa tutt’uno con il popolo, interpreta le sue paure e risolve magicamente i problemi.

Il 25 aprile è un simbolo, che va al di là del dato semplicemente storico. È il simbolo di cosa realmente significhi la democrazia, contro l’oppressione e il mito dell’uomo forte al comando. Serve a ricordare chi siamo e cosa vogliamo essere. Ricordare i valori della Resistenza come fonte di valori civili fondanti la nostra società.

La Resistenza contro la xenofobia

Nell’era della xenofobia che dilaga e che si diffonde a macchia d’olio, si ripete il meccanismo dei regimi totalitari. Fornire ricette semplici, trovare un nemico definito (i migranti, le minoranze etniche) e scagliare tutta la rabbia della popolazione contro di essi, facendo sfogo sulle pulsioni dei cittadini. Il caso di Riace rappresenta un simbolo importante, un esempio di Resistenza e di accoglimento dei valori della democrazia e della partecipazione. Un sistema che da sud possa guardare alla realtà sociale in modo differente. Stando accanto agli ultimi, ai margini del mondo.

 

 

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  • Nato a Reggio Calabria, laureato in Filosofia Contemporanea, al di là di dove vivrà effettivamente in modo stabile, porta dentro di sé l’amore per il Mezzogiorno e per lo Stretto. Si occupa principalmente di epistemologia post-positivistica e della complessità, di filosofia del linguaggio e della politica. Sogna un nuovo umanesimo che eticamente possa guidare il progresso tecnico-scientifico in una direzione umana. Attualmente si sta interessando al pensiero dell’“anti- filosofo”, per dirla con Badiou, Ludwig Wittgenstein.

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