La bellezza che cura

Qual è il nesso tra un luogo e le opere, quotidiane o eccezionali, di chi lo abita? E che rapporto ha con l’abitare quel particolarissimo modo del fare che è l’opera d’arte? 

«Poeticamente abita l’uomo». Nella ripresa che Heidegger fa del verso di Hölderlin possiamo trovare forse la risposta alla nostra domanda. Heidegger riporta la nostra attenzione sull’inversione del nesso tra l’abitare e il costruire. Non è costruendo una casa, un paese, una città che la rendiamo abitabile. È l’abitare che rende possibile il costruire, e più precisamente un abitare poetico.

È la bellezza che rende un luogo abitabile. La poesia è ciò che permette di vivere un luogo, di inserirlo in un orizzonte di senso, di fornirgli una trama di significato. Non si tratta naturalmente di fuggire in una dimensione estetica, men che mai in una cornice mitica – sebbene l’estetica e il mito indirizzino la percezione e la narrazione dei luoghi –, ma di tessere pazientemente la tela delle esistenze situate, radicate e sradicate, restanti o erranti, di rammentare che vivere è abitare, anzi, riabitare le terre.

Come si può, dunque, abitare poeticamente un luogo? Per immaginare una risposta, bisogna inserire come termine medio la pratica della “cura”. Fare poesia significa prendersi cura di qualcosa, di qualcuno, del luogo in cui qualcuno fa qualcosa. Nel momento in cui le cose vengono fatte con cura, per quanto le nostre azioni possano apparire attività ordinarie  – come rassettare una stanza o rammendare uno strappo  –, siamo nel regime del poetico. La bellezza sta nel prendersi cura. Più nettamente, possiamo affermare che la bellezza curi. 

Per questa ragione, tutte le arti rientrano nella dimensione della cura. Con una felice inversione dei termini, possiamo dire che se la bellezza cura, bisogna prendersi cura della bellezza.

In questo senso va letta la pratica della conservazione del bello. Il restauro è infatti una delle arti della cura. Conservare l’opera artistica significa riannodare i fili della memoria, ricostruire una trama spezzata dall’incuria più che dal tempo. Solo in quest’ottica, rispettosa dell’opera umana e del mondo della vita in cui essa si inserisce, è possibile custodire la storia e sottrarre i luoghi all’impoetico.

La cura della bellezza è l’unico antidoto al sentimento post-moderno della solastalgia, ossia il senso di abbandono, di sconforto, di desolazione provocato da un luogo segnato dall’incuria, dal degrado, dalla devastazione del paesaggio naturale ed antropico.

Noi riceviamo, infatti, conforto dalla bellezza, da un pesaggio naturale in armonia con le opere dell’uomo, da una natura lavorata con cura – poeticamente. Il venir meno di questo conforto genera una malinconia dell’individuo e della comunità.

Lo smarrimento del senso dei luoghi e la loro conseguente devastazione, attraverso abusi e scempi abitativi ed edilizi, quando non il loro abbandono e la loro “desertificazione”, fanno il paio con la crisi dell’esperienza estetica ravvisata con grande acutezza da Hans-Georg Gadamer. L’arte decaduta ad intrattenimento divente necessariamente incurante disimpegno, laddove la sua funzione sarebbe quella di un appello, di una chiamata all’impegno verso gli altri, alla cura delle persone, delle cose, dei luoghi.

In realtà, dall’Ottocento in poi, abbiamo assistito allo svuotamento del legame tra l’arte e il suo mondo di provenienza, allo sganciamento dell’opera dal suo «originario contesto vitale». 

La musealizzazione escludente dell’opera d’arte la sottrae così alla sua funzione di testimonianza vivente del percorso di senso dei singoli e delle comunità. Confinare la bellezza in una dimensione artificiale conduce inesorabilmente allo smarrimento e alla scomparsa di un intero mondo della vita. Relegare l’arte in una dimensione separata dal flusso vitale la spinge inevitabilmente «alla periferia della nostra vita», impoverendo la nostra intera esperienza e neutralizzando il potenziale rivoluzionario del bello.

Un’operazione come il restauro in situ della Visitazione di Pentedattilo rappresenta al contrario il tentativo di rimettere in circolo l’esperienza del bello, facendo dialogare immagini e luoghi, risignificando gli spazi e ricucendo i tempi.

Riconnettere l’altrove di un dipinto con il qui ed ora di chi ne rintraccia l’impronta grafica e stratigrafica è arte della cura e terapia della memoria. È evidentemente una pratica agli antipodi rispetto a una visione elitaria dell’esperienza artistica, una cura del bello che ne restituisce il senso profondamente sociale, ricostruendo la relazione tra arte e comunità, tra luoghi e poesia.

Questa compenetrazione tra luogo e abitanti, tra natura e cultura, può forse essere meglio compresa richiamando il termine giapponese “shizen”, proprio della filosofia buddhista. Shizen è ciò che è naturale, ciò che si dà sì in maniera naturale ma dopo un lavoro di conquista da parte dell’essere umano della spontaneità della natura. Artista è, dunque, chi ha imparato a diventare naturale. 

È ciò che è accaduto a Pentedattilo, quando si è abitata originariamente questa rupe, lavorandone la natura. È ciò che continua ad accadere, tutte le volte che ci si rincontra in questo luogo, per prenderci cura delle case, delle pietre, delle porte, dei dipinti. Per raccontarci vicendevolmente delle storie.

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  • Nato a Reggio Calabria, si è formato nell’area dello Stretto, coronando la sua formazione con un Ph.D. in Metodologie della Filosofia presso l’Università di Messina. Pop-filosofo di osservanza deleuziana, si occupa di estetica, psicoanalisi e filosofia della cultura di massa, con diverse pubblicazioni al suo attivo. Fa parte del comitato editoriale della rivista internazionale Mutual Images.

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