Io, gli altri ed il mondo e l’arte della debolezza

di Jole Lorenti

In un famoso saggio noto come “L’uomo di vetro”, scritto dallo psichiatra di fama mondiale Vittorino Andreoli, edito da Rizzoli nel 2008, viene esposta l’idea dell’uomo moderno.
Essenzialmente, siamo già a conoscenza del fatto che immergerci nell’era digitale, per quanti vantaggi possa aver avuto, sicuramente ha indebolito la nostra indole alla sensibilità.
Ci siamo chiusi, spenti, persi, forse sarebbe giusto dire che siamo diventati microcosmi non comunicanti o mal dialoganti tra di loro.
Cosa sta a significare questo?
Se non altro, che abbiamo preso le distanze gli uni dagli altri.
Mai come adesso, si può affermare che la debolezza altrui è diventata un’arma a doppio taglio da poter utilizzare a nostro piacimento contro chi ci sta vicino.
Se sei più debole posso schiacciarti, se sei più debole posso batterti, se sei più debole posso scontrare con te e sperare di vincere con più facilità.
E’ come essere tornati nel Paleolitico, sopravvive il più forte che non è colui che dalle sue fragilità riparte, ma quello che riesce a soprastare gli altri perché demolirli è la sua forza.
Almeno così si pensa.
Invece sarebbe più giusto, magari anche lecito, dire che è tutto il contrario di quanto è appena stato riportato.
Il vero uomo forte, che sa cogliere la sua e l’altrui singolarità, è quello che, capace di notare e riconoscere la propria debolezza, non la sfrutta a vantaggio suo e a discapito di chi gli sta vicino, quanto, piuttosto, trova in essa tracce della propria umanità e da lì sa ripartire.
Cosa vuol dire questo?
Che io senza te non sono, anche se, inverosimilmente, penso di poter essere senza nessuno.
Siamo, quindi, il prodotto della somma di più componenti: io, gli altri, il mondo.
L’uguale sarebbe uno stato di serenità e tranquillità effettivamente duraturo attuo a giovare all’esistenza di tutti.
“Apprendere significa cambiare e imparare vuol dire modificare il nostro modo di comportarci.”
Allora dovremmo apprendere l’arte dell’essere gentili e di riconoscere nelle nostre paure, nelle nostre ansie, nella nostra incomprensibile e deterministica spinta verso l’ignoto una pulsione per creare e non per distruggere.
Concludo dicendo solo una frase: siamo gli uni e gli altri, la debolezza di chi ci circonda è la nostra e viceversa ed essa può essere promulgata come un punto di partenza e non di arrivo.

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