Intervista a Tonio Vinci, autore di Nonni e O’Stablmend: il sociale a fumetti

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Il 2017 è stato un anno creativamente proficuo per Tonio Vinci, fumettista di origini pugliesi che ha esordito nel campo della letteratura disegnata dando alle stampe due interessanti racconti dal taglio realista: Nonni (Tunué), tragicommedia su un settantaduenne alle prese con l’elaborazione di un lutto; e O’Stablmend – Storie di fumi, lotte e amore a Taranto (Hazard), meno ironica e più amara parabola sul tema di bruciante attualità dell’Ilva di Taranto, quest’ultimo facente parte della collana Midi – Fumetti per il Sud uscita in edicola con La Gazzetta del Mezzogiorno.

Lo scorso 5 gennaio, in occasione della presentazione di Nonni, accompagnata da una bella mostra di tavole originali, presso la libreria Lik e Lak di Putignano (BA), abbiamo incontrato l’autore e di seguito vi presentiamo il resoconto dell’intervista.

Innanzitutto, grazie per aver accettato l’invito e complimenti per la mostra di tavole di Nonni. Ti va di presentarti brevemente ai nostri lettori?

Ciao a tutti, sono Tonio Vinci e sono nato nel 1977 a Mottola, in provincia di Taranto. Verso i vent’anni mi sono trasferito a Bologna dove ho studiato Economia. Poi mi sono trasferito a Reggio Emilia dove ho frequentato la Scuola Internazionale di Comics. Consiglio a tutti l’Emilia Romagna per quanto riguarda il fumetto, perché effettivamente lì sono nati Bonvi, Silver, Magnus e tanti altri che rappresentano quanto di meglio ha prodotto l’Italia in ambito fumettistico, è senz’altro una regione che ha dato molto al mondo del fumetto. Quindi la mia formazione è stata molto influenzata sia da singoli artisti emiliano-romagnoli che dall’ambiente artistico stesso. Ho studiato tre anni alla Scuola Internazionale di Comics che frequentavo di sera, mentre di giorno contemporaneamente lavoravo in un ufficio come commercialista. Ho sempre avuto una voglia immensa di creare fumetti che all’epoca non dico che reprimevo, ma a cui probabilmente non credevo abbastanza. Grazie alla Scuola di Comics ho avuto gli strumenti e i mezzi per fare in modo che quello che avevo dentro si esprimesse e venisse fuori in maniera compiuta. Dopo i primi feedback positivi ho creduto sempre di più nelle mie possibilità e nelle mie capacità, quindi ho cercato in tutti i modi di pubblicare e di andare avanti per questa strada. Adesso lavoro principalmente per Tunué, ma ho fatto anche un libro per Hazard. Mi occupo anche di illustrazione, però il mio primo grande amore rimane sempre il fumetto.

Leggendo Nonni, con la sua carica di ironia e il suo disincantato realismo, non ho potuto fare a meno di pensare a un film e a un fumetto: A proposito di Schmidt, con Jack Nicholson, e Rughe di Paco Roca. Come mai hai deciso di affrontare il tema della terza età, così poco frequentato nel mondo del fumetto?

Sì, conosco i due esempi che hai citato. Ho anche omaggiato Rughe di Paco Roca citandolo in una vignetta del mio fumetto, ma devo dire che ne sono stato influenzato solo in maniera apparente e marginale. I nostri due libri hanno in comune semplicemente una parte del soggetto trattato, quindi il tema della persona anziana. Dal canto mio, ho cercato di sovvertire il modo in cui di solito viene trattato l’argomento. Spesso l’anziano viene visto in maniera stereotipata, quasi esclusivamente come malato di Alzheimer (come nel caso di Rughe) o semplicemente come una persona che è arrivata al capolinea della vita. Io invece ho voluto sottolineare, a mio avviso in maniera realistica, il fatto che fino a quando c’è vita, e si è in salute, esiste la possibilità di desiderare le cose che tutti desiderano, ed è una cosa che effettivamente ho riscontrato facendo interviste, parlando con tante persone. Se uno ha più di 70 anni e sta bene può avere un’attività più o meno normale, alla portata di tutti gli altri. Non sto parlando necessariamente di fare paracadutismo, ma semplicemente di compiere gesti quotidiani, come andare al bar con gli amici, cosa che effettivamente è del tutto normale. Mentre nel nostro stereotipo l’anziano è più che altro una persona malata, cosa anche vera per certi versi, ad ogni modo ho voluto descrivere l’altra faccia dell’essere anziano, all’opposto dello stereotipo ma allo stesso tempo realistica.

Il tuo stile grafico unisce un tratto stilizzato, un po’ grottesco, ai limiti del caricaturale nella caratterizzazione dei personaggi, a situazioni e scenari assolutamente realistici e verosimili. Come hai sviluppato questo stile così particolare e pieno di contrasti?

Ci sono arrivato attraverso lo studio. Quando ho deciso di fare sul serio col fumetto ero completamente digiuno di nozioni e tecniche artistiche; non avendo fatto né il Liceo Artistico né l’Accademia di Belle Arti mi mancavano alcuni passaggi circa gli aspetti tecnici del disegno. Quando poi ho studiato alla Scuola Internazionale di Comics ho imparato ad usare determinati elementi, come la prospettiva, l’anatomia etc. Lo scenario è importante per calare il personaggio all’interno di una storia e far immedesimare lo stesso lettore all’interno di quella storia. Quindi provo molta fascinazione e soprattutto piacere nel disegnare degli ambienti più o meno realistici e che hanno dei punti fermi, delle caratteristiche ben precise. L’elemento prospettico è sì un elemento funzionale ma allo stesso tempo provoca piacere in me mentre lo disegno. Allo stesso modo, l’utilizzo di personaggi totalmente grotteschi è sicuramente un fattore che dà contrasto e che provoca ilarità, però anche da esso cerco di trarre un piacere personale. Quando disegno, per me è fondamentale provare piacere per quello che sto facendo. Se poi riesco a fondere queste due cose, cioè l’aspetto realistico e l’aspetto grottesco, o quantomeno ci provo ad unirli in maniera da creare un amalgama del tutto nuova e non già vista, ebbene quando ciò avviene è una cosa che mi gratifica enormemente, perché significa che in quel momento ho trovato una strada praticamente unica, inesplorata, che è solo mia e identifica il mio stile personale. Ovviamente spero sempre di lavorarci su e di proseguire su questa strada per cercare di sottolineare l’unicità dei miei progetti.

A differenza di Nonni, che è ambientato in una città non ben identificata che potrebbe situarsi a sud come a nord, O’Stablmend ha una collocazione ben precisa: si tratta di Taranto, con il suo mare, i suoi ulivi e il suo impianto siderurgico. La vicenda è narrata con un tono molto caustico e disilluso sulla situazione sociale e politica della città. Quanto c’è di autobiografico in questo racconto? E come vedi la vicenda dell’Ilva alla luce dei recenti risvolti di cronaca?

Dal punto di vista dell’approccio tecnico/estetico (ma anche emozionale), è sicuramente molto diverso rispetto a Nonni perché ha dei paletti ben precisi, che sono identificabili nella città. O’Stablmend (Lo stabilimento) è necessariamente identificato con Taranto e non può essere nessun’altra città. Comunque ho cercato di mantenere una distanza, ho utilizzato ovviamente del materiale fotografico, però non ho voluto rappresentare Taranto in quanto tale, come in un documentario, piuttosto ho cercato di filtrarla attraverso la mia emozione e il mio punto di vista di provinciale, il mio personale modo di vedere la città. Durante alcune presentazioni che ho fatto in giro per l’Italia qualcuno ha anche riconosciuto i luoghi reali che ho riprodotto nel fumetto, come ad esempio Piazza della Vittoria, ma allo stesso tempo hanno capito che si trattava di interpretare uno scenario in maniera emozionale. Del resto io non sono specificamente tarantino e, per quanto rispetti il punto di vista dei tarantini, sono un autore e come tale ho voluto descrivere il modo di vedere Taranto da parte di una persona che è nata nella provincia. Ad esempio, personalmente sono molto affezionato al Monumento al Marinaio perché sin da quando ero piccolo mi piaceva il momento in cui giravo l’angolo e davanti a me appariva il monumento. Quando l’ho inserito nel racconto ho voluto trasferire su carta tutto ciò che quel monumento significava per me che venivo dalla provincia, per cui non si tratta di un documentario su Taranto, ma piuttosto di una visione filtrata da un’emozione. Per quanto riguarda l’aspetto autobiografico, direi che è assolutamente e totalmente autobiografico, ma non tanto nei fatti singoli raccontati, non conosco nessun Michele a cui siano accaduti determinati fatti. In realtà conosco tanti “Michele” che lavorano all’Ilva, ad esempio mio fratello attualmente lavora al treno nastri dell’Ilva, mio padre è un pensionato di quell’azienda, i miei amici con cui ieri ho preso il caffè vi lavorano o vi hanno lavorato. Conosco l’Ilva per interposta persona quindi non me la sento di dare un giudizio. Il mio è un racconto emozionale di una vicenda che ho inventato ma che prende spunto da diversi episodi di vita reale. In particolare ho voluto sottolineare un aspetto che in alcune presentazioni forse è stata travisata: io ho voluto raccontare un tradimento. Senza fare troppi spoiler, non mi riferisco tanto al tradimento subìto dal personaggio di Michele ma al tradimento di un’intera città. Non è che voglia rappresentare i lavoratori dell’Ilva come vittime e basta, altrimenti cadrei in uno sterile vittimismo, li voglio rappresentare come dei soggetti traditi. Loro hanno dato il loro sudore, a volte la loro stessa vita, e quello che hanno ricevuto in cambio è stato un tradimento. Questo tradimento è simboleggiato dal tradimento subìto dal protagonista. La disillusione che viene fuori non è voluta o meditata, io ho semplicemente cercato di trasporre istintivamente la mia specifica versione su quello che ho osservato a Taranto per tanti anni, e secondo me si tratta di uno sguardo realistico. Sui risvolti odierni purtroppo ho dei limiti, non riesco a capirli fino in fondo, non riesco a comprendere perché Taranto con la sua Ilva non venga in qualche modo bonificata, probabilmente non ho gli elementi tecnici per giudicare se sia possibile o meno una cosa del genere, non saprei da dove cominciare per trovare una soluzione al problema, ho solamente elementi emozionali che io infondo nel mio fumetto. Poi c’è chi mi critica sottolineando che il personaggio decide di andare via, o chi mi fa notare che questo tradimento non sussista. In realtà ci sono tanti punti di vista da considerare e sono tutti rispettabilissimi, ma a me non interessa soffermarmi ad analizzarli, io ho semplicemente voluto raccontare una storia dal mio punto di vista emozionale. Non tutti quelli che sono per la chiusura dell’Ilva sono figli di notai (come nel caso del mio racconto), ho conosciuto tante persone che sono contro l’Ilva e magari ci lavorano. Quindi il mio fumetto non ha la pretesa di rappresentare la molteplicità delle opinioni sull’argomento ma solo la mia personale percezione e spero sia servito a sottolineare una volta di più la discrepanza tra le diverse sensibilità. In definitiva penso che il mio punto di vista non sia tanto disilluso ma piuttosto un punto di vista realistico su quello che accade.

Quali sono i tuoi piani per il futuro? Hai in cantiere un seguito per le avventure di Sandro e di Michele, o magari qualche altro nuovo progetto?

Tutto quello che volevo dire su Sandro e Michele è stato abbastanza sviscerato dai rispettivi libri. Mi piacerebbe che Sandro mi parlasse e mi dicesse delle cose diverse, ma credo che l’istantanea che ho ritratto sulla sua vita sia abbastanza compiuta. Anche se non bisognerebbe mai dire niente di definitivo, per il momento non ho molta voglia di disegnare una storia che possa far proseguire le avventure di questi miei due personaggi. Progetti per il futuro ne ho molti, forse anche all’estero. Ultimamente ho disegnato delle tavole per alcune fanzine americane, però su storie sceneggiate da altri. Poi mi occupo anche di illustrazione e sto proponendo al mio editore una storia nuova anche se non c’è ancora niente di definitivo.

Chi sono stati i tuoi maestri alla Scuola Internazionale di Comics? Hai dei punti di riferimento ai quali ti rivolgi quando perdi la bussola del tuo percorso artistico?

Penso che il più grande di tutti come punto di riferimento professionale, ma anche come persona, sia Marco Nizzoli, mio maestro e grande amico che attualmente lavora per la Sergio Bonelli Editore. Ha lavorato in Francia, ha pubblicato per la prima volta a diciotto anni per Alan Ford, è davvero un bravissimo disegnatore, di grande esperienza, di recente ha pubblicato per Comma 22 una storia di cui si è occupato anche del soggetto e della sceneggiatura, si intitola I gatti di Riga, è molto bella! Lui è la persona a cui mi sono rivolto quando ho avuto bisogno di aiuti tecnici, attualmente mi rivolgo a lui quando mi vengono fatte delle richieste particolari, oppure quando mi servono delle notizie su mercati diversi, e lui mi dà sempre lo stesso consiglio: “Se ti va, fallo!”. Lui effettivamente è la mia stella polare. Quando ho frequentato la Scuola internazionale di Comics spesso tanti fumettisti mi davano consigli che io assorbivo avidamente. Penso che per fare il fumettista bisogna avere delle orecchie giganti e saper cogliere ogni singola parola che proviene dagli esperti, però devo dire che Marco Nizzoli mi ha anche chiesto più di una volta di andare a casa sua per mostrargli le tavole, anche dopo la scuola spesso abbiamo analizzato insieme i disegni e mi ha fatto delle correzioni su cui ero più o meno d’accordo, insomma credo che lui sia un mio simbolo. Poi c’è Giuseppe “Cammo” Camuncoli, che disegna l’Uomo Ragno per la Marvel ma anche mille altre cose, effettivamente anche lui è un bravissimo disegnatore ed è una persona molto esperta di fumetto. Mi piace citare anche Andrea Accardi che ultimamente sta disegnando una serie di ispirazione giapponese con Roberto Recchioni, lui è veramente un grande a livello stilistico, ama molto i manga e a scuola faceva lezioni di inchiostrazione. Purtroppo lo vedo raramente perché non ama molto le fiere. Devo dire che tutti i maestri della Scuola Internazionale di Comics mi hanno lasciato qualcosa e mi hanno aiutato moltissimo. Molti dicono che questo tipo di scuola serve fino a un certo punto, in realtà a me è servita tantissimo e non lo dico solo perché adesso sto insegnando presso la Scuola Internazionale di Comics di Pescara, ma effettivamente ci sono delle consapevolezze, sia tecniche che di esperienze di vita fumettistica, che senza di loro non avrei mai acquisito. In realtà c’è un muro tra chi fa fumetto e chi non lo fa e se tra i due non c’è dialogo è difficile comprendere cosa c’è dietro le tavole bianche.

Invece per quanto riguarda i fari artistici, banalmente torno a parlare degli stessi autori comuni a molti altri disegnatori: Will Eisner, Hugo Pratt, Magnus, ma più di tutti José Muñoz che amo alla follia.

Ti va di parlarci della tua esperienza come insegnante alla Scuola Internazionale di Comics di Pescara?

Per adesso sto facendo solo un seminario dove, nell’ambito della disciplina di Fumetto Autoriale, nello specifico insegno Presentazione del Progetto. Penso che nel fumetto non ci sia una legge universale ma vari molto a seconda dei mercati e a seconda della tipologia dei lettori, quindi parlo sempre a livello soggettivo tendendo a raccontare la mia esperienza personale. Quando un fumettista è “pronto”, cioè quando acquista un proprio stile, quando non commette delle ingenuità, quando insomma è maturo (e generalmente questa maturità la si nota anche solo osservandone le tavole) e quindi è pronto per pubblicare, questa fase è, secondo me, solo la metà del cammino. Anche quando si è raggiunto un livello qualitativo tale da poter essere pubblicato, non esiste (e questo vale anche per gli altri lavori, ma soprattutto nel fumetto) che un editore venga e chieda direttamente all’autore di pubblicare. L’autore deve essere capace di crearsi uno spazio e soprattutto avere una sua particolarità per poi riuscire ad attirare l’attenzione dell’editore, anche solo per qualche minuto. Una volta catturata l’attenzione dell’editore bisogna cercare di colpirlo in maniera da risultare unici. Bisogna tenere presente che l’editore dovrebbe prendere un tot di euro e investirli. Se qualcuno investe un certo quantitativo di denaro su un artista, questo dal canto suo deve offrire un certo prodotto, perché di questo si tratta, anche se lo si fa in maniera totalmente artistica. Quindi bisogna prima di tutto capire come presentarsi all’editore ed io cerco di insegnare anche questo (oltre al concetto di autorialità), cioè a capire come presentarsi all’editore, in che maniera porsi, cosa portare all’editore. Di solito sconsiglio di portare le classiche tavole gigantesche su fondo nero, che probabilmente l’editore dimenticherà presto perché in una fiera farà migliaia di altre cose. Quindi suggerisco di consegnare all’editore delle soluzioni più pratiche, come degli opuscoli tascabili più maneggevoli e facili da portare via e conservare, in modo che se a lui dovesse piacere il lavoro, questo in qualche modo lo seguirà anche a casa ed egli tenderà a riprenderlo in mano e a non dimenticarsi dell’autore. Si tratta di tanti piccoli espedienti ingegnosi che servono, come in tutti i lavori, anche per i fumetti. Bisogna anche fare tesoro dei propri errori. A meno che non si abbia un colpo di fortuna e si venga scelti quasi per caso: per esempio ho sentito dire di Roberto Recchioni che ha commissionato delle copertine a un disegnatore del tutto esordiente scoperto su Facebook. Ma è un’eccezione più unica che rara, è l’unico caso del genere che abbia mai sentito, per il resto devi essere tu autore ad arrivare all’editore e soprattutto imparare dai tuoi errori. Questo è, secondo me, il restante 50% dell’essere fumettista.

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  • Appassionato di romanzi noir, jazz scandinavo, cinema asiatico e fumetti d’autore (con un occhio di riguardo per il gekiga). Attualmente insegna Storia dell'Arte e collabora con il sito AnimeClick.it.

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