In difesa di Emma Bonino: la politica tra facile sclerotizzazione e indispensabile meticciato

partito radicale

Emma Bonino è stata accusata di aver annacquato la propria identità radicale nel curriculum pubblicato sul sito della lista +Europa, che si candida alle prossime politiche di marzo e che è collegata, nei collegi uninominali, al Partito Democratico nella coalizione di centrosinistra.

Per la verità, in calce alla presentazione della Bonino, c’è un richiamo in grassetto alle “battaglie radicali”, al “rapporto storico con Marco Pannella” con un link ad una bella intervista video.
La critica emersa è che la Bonino, nel raccontarsi, sottolinea con precisione le sue principali battaglie per lo Stato di diritto e per i diritti civili, il suo impegno di parlamentare, di commissario europeo e di ministro, si sofferma sulla sua esperienza internazionale e sulla conoscenza del mondo arabo ed africano, evidenzia le lotte per la giustizia internazionale, per gli immigrati e gli esclusi, ma non cita direttamente Marco Pannella, non accenna alla sua iscrizione al Partito Radicale e a Radicali Italiani, non precisa quindi la propria identità ed origine.

Oggetto del presente articolo non è la esattezza o meno di una ricostruzione storica che omette e non risalta, né il discrimine tra le ragioni e i torti di una contrapposizione netta che divide, oggi, i radicali “pannelliani” del PR e di Nessuno Tocchi Caino dai radicali “boniniani” di radicali italiani e dell’Associazione Luca Coscioni.

Ciò che davvero importa indagare, infatti, come molto spesso accade, trascende la contingenza e l’attualità della associazione/dissociazione amico-nemico, per risiedere ad un livello diverso che ben possiamo chiamare politica. Ora, la campagna elettorale che ci troviamo ad affrontare conosce molte categorie in campo, si rappresenta attraverso plurime narrazioni e ideali che concorrono per ottenere il consenso della gente e che si propongono come soluzione generale – politica appunto –  ai tanti mali del Paese e ai dilemmi del tempo.

Una di queste categorie è senz’altro l’identità. Quella barbara ma sovranista della Lega, quella liberale ma protettiva e rassicurante del Berlusconi “animalista”, quella rivoluzionaria ma pragmatica e spregiudicata del MoVimento 5 Stelle, quella riformista ma conservatrice del sistema del Partito Democratico. Come è chiaro, quindi, l’identità è, non solo in politica, spesso multipla e spuria; anche se la propaganda accentua un capo della tensione, l’altro emerge chiaramente come generato dalla stessa fonte, come ricaduta necessaria di una impostazione, di una scelta, di un progetto i cui prodromi ed effetti sono complessi, come complessa ed articolata è la vita.

Ed è questo il bello della politica, sono stati questi paradossi a vivificare, ad esempio, la storia politica italiana del dopoguerra, ad attrarre tanti giovani e categorie sociali nei suoi ranghi, a democratizzare davvero l’accesso ai partiti e alle istituzioni attraverso l’esercizio della dialettica intelligente.
E così i democristiani potevano benissimo dirsi “sinistri” come Dossetti e i “professorini” impegnati nella riforma agraria e nelle politiche economiche keynesiane, ed i comunisti togliattiani avevano senz’altro il diritto di ergersi a conservatori dello status quo democratico contro gli sterili rivoluzionari extraparlamentari e ad essere scettici sul divorzio per non dividere la classe lavoratrice. Ed ancora, i post-fascisti missini, eredi dell’autoritarismo illiberale e della soppressione dei partiti avversari, con orgoglio rivendicavano il ruolo di esclusi e di minoranza etica contro la sopraffazione del sistema democratico. Da ultimo, i radicali di Marco Pannella senza tema di smentita potevano oggettivamente dirsi figli tanto della rivoluzione francese quanto della Destra storica liberista e del suo pareggio di bilancio.

Le sfaccettature dell’identità, quindi, sono sempre servite in politica a mitigare gli estremismi fideistici e velleitari e ad arricchire il proprio patrimonio culturale grazie ad apporti eretici che, per vie feconde e carsiche, si innestavano sul ramo principale e più visibile della propria storia ideale ed esistenziale.
E, in tal senso, l’identità può essere anche taciuta, anche rinnegata e negata, anche aperta fino all’inverosimile, anche tradita, allorquando ciò è necessario per incarnare adeguatamente la battaglia epocale, per obbedire pienamente al proprio compito storico, per segnalare meglio il proprio messaggio, magari non violento.

Fu questo che fece Marco Pannella con l’intuizione, negli anni ’80, del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito, aperto quindi alle doppie tessere, a tutte le cittadinanze, alla pluralità degli approcci ideologici anche in contraddizione tra loro, grazie all’assenza di filtri all’ingresso e sulla base del principio che l’appartenenza al partito derivava solo dalla sottoscrizione della tessera e non dall’osservanza di una dottrina sacra.

Ciò fu naturale e perfettamente in sintonia con il metodo liberale perché la lotta alla partitocrazia, in quel frangente, doveva arricchirsi di una prospettiva altra e liberante, che – anche grazie alla decisione di non partecipare direttamente alle competizioni elettorali come partito ma attraverso la Lista Pannella e la Lista Bonino – aveva il senso di affrancare le istituzioni democratiche dal ruolo asfissiante di comunità identitarie e da centri d’interesse fondati su un’appartenenza escludente, settaria ed in fondo nemica dello Stato di diritto e delle libertà dei cittadini. La libertà, innanzitutto, di non iscriversi, di non parteggiare violentemente, di non dividere il mondo in buoni e cattivi, di non credere a ricette semplici, univoche, “scientifiche” e, come corollario, la libertà di concorrere a cariche, a ruoli, a “posti di lavoro” senza l’obbligo di esibire la tessera, senza l’esibizione di una affiliazione svilente meritocrazia e diritto.

Bene, a me pare che vada proprio in questo verso la decisione di Emma Bonino di sciogliere la propria identità per ancor di più affermarla. È questo il significato di unire in coalizione +Europa e Partito Democratico – con il quale non mancano le differenze – perché oggi è necessario, per i liberali e i democratici, stare insieme all’interno di forze che hanno nell’Europa e nei valori occidentali e della società aperta i loro riferimenti comuni, per meglio operare come argine e freno contro nazionalismi, chiusure protezionistiche, mentalità antiscientifica ed un rinnovato collettivismo nemico della persona e dei suoi diritti naturali.

Come, d’altro canto, mi sembra che vada nella stessa direzione ideale e culturale un approccio al consenso e alla campagna elettorale, una rappresentazione di sé e delle proprie battaglie, che non si rintani nell’ortodossia recitata d’una generazione evidente dalla storia nobile di Pannella, che non indugi nel sentimentalismo conservatore che tutto vorrebbe annichilire e cristallizzare dopo la morte del leader.

Cos’è più pannelliano: rivendicare purezza, estraneità, elitarismo o mischiarsi nell’agone politico – magari con i diversi – per tentare, nel possibile e non utopisticamente, il raggiungimento di obiettivi importanti, concreti, stabili? Non fece così Pannella quando sotto la spinta di una possibile rivoluzione liberale decise l’apparentamento con Berlusconi? Non ci provò allo stesso modo, spendendosi per un neo-riformismo socialista, quando pochi anni dopo diede vita alla Rosa nel Pugno?
Paradossi eretici di liberali e non violenti, certo; strade dirottate tanto feconde quando aperte alla crisi e al fallimento, sicuro! Ma solo questa passione forte per le opzioni terze e “bastarde” che sappiano tutelare lo stato di diritto e le persone dalla sclerotizzazione ideologica e dalla tentazione di universalizzare le proprie acquisizioni etiche, può davvero oggi, a mio parere, concorrere a far riavvicinare i cittadini alla politica, può contribuire a disinnescare il marchingegno nefasto del populismo, della demagogia, dell’identitarismo suprematista.

Qualche esempio esplicativo del fatto che la Bonino stia andando sulla strada giusta?
Primo: i radicali ortodossi e fedeli alla linea che, asserragliati dentro il fortino del Partito Radicale dimezzato, non perdono occasione di scagliarsi contro la Bonino e il suo apparentamento con i Democratici, invitano al non voto, al non impegno elettorale, a subire dunque inermi le scelte di altri, sicuri e “protetti” dentro il proprio ghetto spirituale, imposto da una lettura sclerotizzata e passatista delle proprie battaglie che non conosce transito, passaggio, contaminazione.

Secondo: in queste ore il democratico, radicale e liberale Roberto Giachetti rinuncia con un post su facebook ad un seggio sicuro in un listino bloccato offertogli dal segretario Renzi e decide di candidarsi per la coalizione di centrosinistra in un collegio difficile ed in bilico di Roma.
Non vuole il paracadute, dice; ama la politica, afferma e vuole concorrere nel suo territorio al rilancio di una prospettiva seria per cambiare davvero le cose. Ringrazia Renzi e Gentiloni e dice ancora: «Marco mi ha sempre detto che è nei momenti difficili che bisogna crederci, anche rischiando».
E non ha senso alcuno, per chiarire la propria identità, precisare chi sia Marco.

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  • Giurista e dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia sta in equilibrio tra attività di vigilanza in materia di lavoro e la ricerca nell’ambito della teologia-politica. Di Reggio, vive a Villa San Giovanni dopo aver girovagato soddisfatto tra Parma e Venezia.

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