Il femminicidio tra maschilismo e vulnerabilità

Negli ultimi quattro anni, dal 2013 al 2017, più del 25% degli omicidi commessi sono femminicidi. Da gennaio a novembre 2017 sono state uccise 114 donne. E il 2018 non inizia con dati più rassicuranti.

L’ultimo episodio è proprio di questi giorni: le vittime sono due bambine e, per rendere onore all’etimologia delle parole, andrebbe definito come un duplice caso di figlicidio, ma, in realtà, è un autentico caso di femminicidio. E non perché le due vittime siano di sesso femminile, ma perché “femmina” è la vittima mancata, vero bersaglio della follia omicida, e perché la madre, ancora in vita, è stata comunque già uccisa nella parte più intima e profonda di sé.

I femminicidi, fenomeno sempre più preoccupante, involgono trasversalmente tutti i ceti sociali, anche persone integrate nella comunità e apparentemente non affette da turbe psicologiche. Si parla sempre più diffusamente di violenza di genere e violenza sulle donne, ma forse in maniera parziale.

Ci si concentra spesso su azioni d’intervento a sostegno della donna e su azioni di prevenzione in cui si insegna agli uomini a rispettare le donne e alle donne a rispettare se stesse, in termini di libertà di scelta e di autodeterminazione, di autostima e autoefficacia. Permane però una forma di pensiero in cui la violenza viene considerata esclusivamente frutto di una questione culturale e/o di uno stereotipo relativo al ruolo della donna. Si parla di uomini violenti come sinonimo di uomini aggressivi, incapaci di accettare la fine di una relazione; uomini che riducono la donna ad oggetto di possesso, al punto di pensare di poterne dettare i tempi del vivere e del morire.

Se è importante lavorare sugli stereotipi, è altrettanto opportuno capire chi è l’uomo che agisce violenza, spostandoci dal piano culturale a quello dei vissuti individuali. Sarebbe opportuno forse parlare del vuoto di questi uomini, di quella violenza che si connota come reattiva rispetto alla minaccia del vuoto esistenziale, alla fine di una relazione non intesa come conclusione di un percorso di coppia, ma vissuta come perdita di sé, del proprio essere, come minaccia al proprio io, spesso confuso con quello dell’altro.

Uomini che “indossano” la violenza per far fronte alla minaccia del percepirsi vulnerabili, incapaci di tollerare la frustrazione e l’abbandono. Uomini con scarsa autostima, incapaci di pensarsi e comportarsi da genitori efficaci ed emotivamente competenti anche laddove viene meno il concetto di coppia. Uomini incapaci di chiedere aiuto e che nascondono la loro fragilità dietro abiti supposti incarnare la mascolinità, paramenti di un’identità che forse intimamente non sono stati capaci di afferrare. È vero che agire violenza è un modo di controllare, di intimidire, di manipolare, di svilire; è vero che alla base della violenza vi è un codice culturale maschilista segnato dal “senso di possesso”, ma è anche vero che la visione dell’Altro (femminile) è strettamente connessa alle esperienze emotive ed affettive che hanno costellato l’intero vissuto esistenziale dell’individuo.

Stiamo forse riuscendo a trasmettere alle nuove generazioni il valore della donna, ma, per fare vera prevenzione, dobbiamo – a mio avviso – lavorare sul senso dell’essere uomini. E qui aspetto culturale e problematiche individuali si intrecciano. Femminilità e mascolinità condividono il medesimo diritto alla fragilità, a sperimentarla intimamente e a mostrarla agli altri. Le regole di esibizione (display rules) delle emozioni vanno riscritte in senso paritario.

L’educazione alla non violenza passa dalla capacità di riconoscere ad ogni persona il diritto al proprio mondo emotivo, fatto anche di miseria e di sconfitta, nonostante la società contemporanea, fondata sulla performance e sul narcisismo, sembri mal tollerare le battute d’arresto, i fallimenti, i rifiuti e gli abbandoni. Considerare l’Altro un proprio prolungamento, un oggetto di possesso, confondere i confini tra l’io e il tu, è il terreno di coltura per le violenze di genere. Imparare a tollerare la separazione passa attraverso l’accettazione dell’umana incompletezza. L’amore non è la richiesta fatta all’Altro di completarmi, di diventare una mia appendice. Piuttosto, è la promessa di accettare e rispettare la sua differenza, anche se decidesse di lasciarmi.

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  • Psicologa e psicoterapeuta con approccio umanistico-esistenziale, si è formata tra lo Stretto di Messina e la capitale. Interviene principalmente sulle dipendenze e sui disturbi del comportamento alimentare; si interessa anche di psicologia penitenziaria. Svolge attività di consulenza per il Ministero della Giustizia ed è responsabile del laboratorio di psicologia del movimento “Contaminiamo i saperi” presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria.

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