Il Bello come necessità di senso

il Bello

Il Bello abita nel nostro bisogno di dare un senso alla vita.

Nasce dal nostro stato di inquietudine e dalla necessità di comunicare con la vita. Lontani dall’alienazione quotidiana, che parla il sintomatico linguaggio della reificazione, ci riappropriamo delle sembianze dell’Essere, ossia, ciò che è e mai gli è concesso di non essere. Ma il Bello è un giudizio, pertanto, un valore che appartiene al nostro linguaggio privato. In nostro soccorso può venire Wittgenstein.

Nel suo celebre Tractatus, nella proposizione 6.432, egli afferma una proposizione è solo un’altra proposizione; un fatto è solo un altro fatto. Ossia: nessuna proposizione, nessun fatto, ci avvicina al senso del mondo (della vita) o ce ne allontana. Allo stesso modo, nessuna proposizione, nessun fatto, ci avvicina a Dio o ce ne allontana: “Dio non si rivela nel mondo”.

Insomma, il filosofo austriaco ci pone su un binario logico, anaffettivo, ma ci rivela una grande verità, a patto che non ci consideriamo avulsi dalla natura e dallo spazio logico nel quale si muove l’Universo.

Nelle sue Ricerche filosofiche, Wittgenstein ci parla del linguaggio privato, ossia, quello attraverso cui traduciamo in malo modo i nostri sentimenti. Il linguaggio è fatto di segni, siano essi parole o suoni; tali segni possono dare voce alle nostre emozioni, al nostro sentire, ma non spiegano bene ciò che davvero sentiamo. Per comprendere nella loro totalità gioie e dolori della nostra anima, l’altro dovrebbe entrare completamente in noi, e sappiamo che questo è impossibile. Pertanto, spiega, Wittgenstein, tutti noi parliamo un linguaggio privato e così rimane. Ogni parola ha solo un carattere generale, capace di catalogarlo, ma non di spiegarlo. Davanti ai nostri segni o alle nostre parole, l’altro legge il proprio sentire e gli attribuisce il proprio significato. Pertanto, deduciamo che ogni concetto e ogni parola esistono e trovano piena esplicazione solo nel soggetto.

Il Bello è quindi edulcorato eticamente, sociologicamente, pedagogicamente, in quanto, in un primo momento, rimane una impressione. Pertanto, solo nel processo di traduzione, che avviene all’interno del soggetto, prende forma e diventa significato attivo solo-per-me.

In quest’ottica, cos’è il Bello? E soprattutto è Esso la porta di ingresso della nostra anima? Se il mondo logico non è né bello né brutto, né buono né cattivo, né utile né inutile, il Bello è il concetto cardine del non-senso, capace di comunicare con il senso, quindi, con l’ordine?

Partiamo da un concetto: l’ordine genera il senso; il disordine è tutto ciò che agita il non senso. Dunque, abbiamo bisogno del Bello per dare vita al nostro senso. Bello e Brutto sono per noi sinonimi di Giusto e Sbagliato, Buono e Cattivo, ma, per ognuno di noi, questa scala di valori è soggettiva, privata. Saliamo e scendiamo lungo questi valori, e quando la logica corregge le nostre affinità col mondo noi sappiamo che tutto diventa solo uno spazio contenente enti oggettivi, anaffettivi.

Abita qui il suicidio?

Il Bello risponde quindi alla nostra necessità di dare un senso alle cose ma, paradossalmente, questo grido di allarme proviene dal non-senso, da quel luogo in cui il soggetto è solo epifania senza meraviglia.

Emanuele Severino parte da Thauma, che significa Meraviglia, che in questo caso, secondo il concetto aristotelico, è uno stupore che nasce davanti a ciò che è Sconosciuto e Mostruoso. Il non-senso è per noi mostruoso; solo ricercando il Bello di ogni ente, che abita questo luogo ostile, lo portiamo nella dimensione del senso e lo incastoniamo nell’ordine. Questo processo di riappropriazione, di fuoriuscita dal limbo dell’incertezza, in alcuni casi ci fa giustificare il Male e la Cieca Volontà che attanagliano l’esistenza.

Il Bello risponde quindi alla nostra esigenza di sicurezza.

Termino con un esempio. In La morte a Venezia di Thomas Mann, l’anziano scrittore protagonista, Gustav von Aschenbach, dice meglio non conoscere l’origine di alcuni lirismi che fanno commuovere. Sulla loro provenienza è meglio non indagare, in riferimento al suo amore, al limite della pederastia, nei confronti del giovanissimo Tadzio. Un amore che rimane legato a un sentimento che non sfocerà mai in contatto carnale, ma che trasformerà un turpe concetto in qualcosa di sublime, di Bello.

Questo processo di giustificazione rende il Bello un concetto privato, che può essere incastonato in un ordine, in un senso che rimane proprio e senza il quale è lo stesso concetto-del-mondo, in sé e per sé, che verrebbe meno.

Martino Ciano

 

  

 

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