Google citata in giudizio per atti discriminatori contro i suoi dipendenti bianchi e conservatori

Arriva dagli Stati Uniti un caso di presunto licenziamento discriminatorio sul posto di lavoro subito da un ex ingegnere di Google, James Damore, a causa delle sue prese di posizione, per la verità poco “politically correct”, in tema di donne, famiglia e lavoro.

La citazione, di ben 161 pagine, è di lunedì scorso ed è stata presentata unitamente ad un ex sviluppatore software, David Gudeman, innanzi alla Corte Superiore di Santa Clara (CA) con una richiesta di risarcimento danni individuale ed un’azione collettiva (c.d. class action) nell’interesse di tre gruppi di individui discriminati: conservatori, di razza caucasica (bianchi, NdR) e uomini.

Damore, nell’agosto 2017, aveva inviato al suo ufficio risorse umane una nota assai critica dopo avere partecipato ad un incontro sul tema “Diversità ed inclusione” promosso da Google.

Nella nota Damore sosteneva che le pratiche per promuovere la diversità del colosso di Mountain View in realtà nascondevano un’illegale e sistematica discriminazione degli uomini bianchi conservatori.

In seguito lo stesso pubblicava stralci della nota in un forum interno di Google, usato per discutere sul tema della diversità, che, inevitabilmente, sono diventati di dominio pubblico.

«Damore, Guedeman, e le altre categorie dell’azione collettiva hanno subìto ostracismo, sono stati denigrati e puniti per le loro idee politiche non conformate al sentire attuale – si dice nell’atto introduttivo della causa – nonché hanno pagato il fio di essere nati maschi e/o di razza caucasica».

Accuse più specifiche riguardano la pratica aziendale di aver previsto premi in denaro nei confronti dei dipendenti che si sarebbero apertamente discostati dalle posizioni di Damore, tutto ciò al fine di isolarlo. Ma l’accusa più grave riguarda l’esistenza di una “black list” di uomini conservatori che avrebbero subito una pesante limitazione delle proprie chanches di carriera o, addirittura, una scarsa tutela da parte dall’azienda qualora fossero stati apertamente sostenitori del Presidente Donald Trump.

Guedeman sostiene, inoltre, di essere stato «castigato per il suo tentativo di protesta a sostegno degli uomini bianchi e delle loro idee conservatrici» dal settore risorse umane di Google.

La risposta di Google non si è fatta attendere: l’azienda ha dichiarato che si difenderà in Tribunale dalle accuse di Damore, precisando, altresì, che in passato ha sempre sostenuto una linea ferrea contro rappresaglie, molestie e discriminazioni sui luoghi di lavoro.

Evidentemente la posizione di Damore non è piaciuta neppure al Presidente di Google, Sundar Pichai, che ha stigmatizzato i continui richiami a stereotipi nei confronti delle donne da parte dell’ex dipendente nei suoi post.

Ad onor del vero, neppure l’altro attore, Guedeman, se l’è passata bene, dopo essere stato licenziato poiché aveva accusato un collega di essere un terrorista in quanto musulmano.

Il caso, tuttavia, non sembrerebbe essere isolato, poiché, stando alle dichiarazioni dell’Avv. Harmet Dhillon, rappresentate donna del Comitato Repubblicano Nazionale, ci sarebbero dozzine di ex dipendenti Google pronti a far causa dopo aver patito lo stesso tipo di discriminazione.

Tuttavia, al di là dell’episodio del licenziamento, un punto di riflessione riguarda l’efficacia di politiche di inclusione all’interno di realtà aziendali così complesse, politiche che, secondo Damore, sono poco efficaci e, addirittura, fuorvianti.

Va detto, inoltre, che nell’atto di citazione vengono riportate numerose rimostranze di impiegati Google ultraconservatori, cui l’azienda rispondeva incentivando la parità fra i sessi e la tolleranza in genere, ma che, secondo gli attori, rappresenta una chiara  limitazione dei diritti civili dei conservatori e, soprattutto, di quelli più ortodossi.

Appare curioso, vero, ma l’America stupisce sempre e non resta che rimanere in attesa di capire come finirà questa vicenda, che potrebbe risolversi in un nulla di fatto se le parti raggiungeranno un accordo.

Al contrario si potrebbero spalancare le porte ad un nuovo principio di common law secondo cui chi discrimina non solo può farlo liberamente, ma ha anche il diritto di essere risarcito se allontanato dal posto di lavoro, ovvero discriminato nelle proprie possibilità di carriera, solo per il suo essere bianco e apertamente conservatore.

Ma si sa, nell’era di Trump e del “trumpismo” tutto è possibile, anche un caso “WaspTein”, con l’immancabile hashtag, le vibrate indignazioni e i selfie delle star di Hollywood che ormai suscitano più sbadigli che curiosità.

Fonti

Immagine tratta da www.pixabay.com

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  • Avvocato penalista, si occupa da sempre di diritto delle reti e di reati telematici. Fonda nel 2003 il proprio blog occupandosi di vari temi di diritto ad uso e consumo degli utenti della rete.

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