Gli animali domestici e l’uomo: vicinanza e lontananza di un con-essere millenario

Cornelia Badelita

Accarezzo il mio cane. Che cosa vuol dire? Che cosa vuol dire l’aggettivo possessivo e cosa vuol dire un gesto così tipicamente umano applicato ad un animale?

Mistero che si annida nella quotidianità di un’azione. Accarezzo il cane ed è un ponte di pelle che si tuffa in un fiotto di pelo. Pelle e pelo. Copertura e nudità. In questo contatto esplode l’impossibilità dell’incontro. Come se il pelo potesse proteggere e rendere incomunicabile l’alterità che tocco ma non posso afferrare. Come se la mia nudità mi squalifichi dalla possibilità di andare oltre la muraglia di quel pelo che ricopre un corpo vigile, che respira. Pelle che ha mancato il bivio ontogenetico della copertura del pelo e pelo che si sovrappone a una pelle a sua volta sensibile ma celata, al sicuro dal bombardamento sensorio che il tatto diffuso impone all’uomo. Sotto il pelo, però, la pelle sente. Cosa e come?

L’animale, monito di alterità assoluta e ormai quasi esclusiva nell’epoca della “morte di Dio”, assilla il pensiero filosofico per la sua impenetrabilità gravando sulla concezione stessa che l’uomo ha di sé, soprattutto quando si fa riferimento a quella soglia, allo stesso tempo frontiera e terreno comune tra i due mondi, che è il corpo.

L’animale domestico, in generale, può essere considerato il simbolo della vicinanza che nasconde un abisso tra animale e uomo. A mettere in luce questa particolare forma di estraneità è, forse come pochi, Heidegger: «Gli animali domestici vengono da noi tenuti in casa, “vivono con noi”. Ma noi non viviamo con loro, se vivere significa: essere nella maniera dell’animale. E tuttavia noi siamo con loro. Ma questo con-essere non è un esistere con, dal momento che un cane non esiste, bensì semplicemente vive»[1]. Al di là dell’attribuzione o meno dello statuto dell’esistenza all’animale, nonostante la serra dell’addomesticamento lunga oltre duemila anni abbia profondamente mutato le attitudini delle specie comunemente definite domestiche, la distanza tra l’umano e la loro animalità non è diminuita.

Secondo il celebre etologo Konrad Lorenz, però, un aspetto lega indissolubilmente l’uomo alla forma animale del cane in particolare. Le due grandi analogie risiedono, secondo Lorenz, nell’addomesticamento – reciproco – delle due “specie” e nella comune mancanza di rigidi vincoli istintuali: «Il cane è indubbiamente più simile all’uomo che la scimmia più intelligente: anch’esso è come l’uomo un essere addomesticato e, come l’uomo, deve a questo processo due proprietà fondamentali: primo, la liberazione dai rigidi vincoli del comportamento istintuale che, anche a lui come all’uomo, apre nuove possibilità d’azione; secondo, però, quella permanente giovinezza che nel cane è alla radice di un persistente bisogno d’amore, mentre all’uomo conserva quella giovanile freschezza di animo, grazie a cui può rimanere, sino a tarda età, un essere in divenire»[2].

Jacques Derrida, inoltre, mentre si interroga sull’imbarazzo che prova nel ritrovarsi di fronte alla sua gatta nudo, mette in evidenza una proprietà fondamentale che può essere attribuita solo ad alcuni animali, come il cane o il gatto: quella dello sguardo: «Come ogni sguardo senza fondo, come gli occhi dell’altro, questo sguardo cosiddetto animale mi fa vedere il limite abissale dell’umano: l’inumano o l’anumano, le fini dell’uomo, cioè il passaggio delle frontiere oltre il quale l’uomo osa annunciarsi a se stesso»[3].

ragazzo con cane
Ragazzo con cane – Pablo Picasso

Proprio lo sguardo del cane, per continuare con l’esempio da cui siamo partiti, riveste un ruolo importante nella letteratura come nella filosofia. Ponte capace di superare l’abisso che divide animale e uomo, dal cane del campo di Levinas (l’unico a guardare gli uomini come uomini); a quello della Signora delle Camelie (unico essere vivente a guardare la protagonista, malata, con una certa apprensione); sin da Argo, che vede Ulisse oltre l’inganno del tempo; passando per Blut il cane di Elio Vittorini in Uomini e No, che si chiede se sia o non sia nell’uomo; il cane nomina la nostra pietà. Lo sguardo del cane è la compassione di corpi che si sfiorano prima e al di là della Parola.

Secondo la teoria di Helmuth Plessner, considerato tra i padri fondatori dell’antropologia filosofica moderna, l’uomo porta dentro di sé l’animale; l’umanità si genera da una piega nella stessa animalità. L’uomo, cioè, non ha lasciato alle sue spalle l’animale seguendo un differente sviluppo evolutivo. Neppure è un essere che grazie al possesso di qualche facoltà superiore non ha nulla a che vedere con la mera animalità che si manifesta nelle bestie. La genesi dell’umano, per Plessner, deriva dall’ulteriore frammentazione del modo d’essere che caratterizza il corpo animale[4]. Il corpo in Plessner, dunque, non è un blocco monolitico rigidamente suddiviso tra le specie e i generi, ma polifonica unità di differenti parti. Corpi tantrici, che come le raffigurazioni degli dei induisti, portano dentro di sé l’eco di altri corpi, pronti a manifestarsi ora in un modo ora in un altro a seconda di quale parte prenda il sopravvento. Corpi incisi in altri corpi. Ontogenesi ecumeniche che nel gioco dell’aprire e del chiudere dei limiti, accomunano i corpi e insieme vi spalancano voragini.

Ciò che mi separa dal cane che accarezzo, è solo un ripiegamento spastico nell’orbita di quel corpo animale che, seguendo la teoria di Plessner, condividiamo. Ma questo “solo” contrappone due universi. O meglio, ne spalanca uno: quello umano. L’animale resta altrove. Dove? Le trattazioni comuni nelle scienze e nella filosofia, alle quali aderisce lo stesso Plessner, rispondono nell’ambiente. Fermo restando, però, che l’ambiente – come lo stesso Derrida nota – è un concetto disegnato dall’uomo sull’animale che osserva. L’altrove dell’animalità resta, nuovamente, precluso a noi altri senza pelo e senza difese. I nudi[5].

 

[1] M. Heidegger, Concetti fondamentali della metafisica – Mondo – Finitezza – Solitudine, a cura di F. W. Von Herrmann, ed. it. a cura di C. Angelino, Il Melangolo, Genova 1999, p. 271.

[2] K. Lorenz, E l’uomo incontrò il cane, tr. it. di A. Pandolfi, Adelphi, Milano 2000, p. 107.

[3] J. Derrida, L’animale che dunque sono, a cura di G. Dalmasso, Jaca Book, Milano 2014, p. 49

[4] H. Plessner I gradi dell’organico e l’uomo. Introduzione all’antropologia filosofica, a cura di V. Rasini, Bollati Boringhieri, Torino 2006.

[5] Sul tema della nudità cfr. J. Derrida, L’animale che dunque sono, cit., p. 37. Di nudità parla anche Plessner nella prima delle tre leggi antropologiche fondamentali (H. Plessner I gradi dell’organico e l’uomo. Introduzione all’antropologia filosofica, a cura di V. Rasini, Bollati Boringhieri, Torino 2006, p. 333).

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  • Nata a Messina, ma con contaminazioni calabresi da parte di padre e Arbreshe da parte di nonna; ama vivere sospesa tra le due sponde dello Stretto, mescolando l’intima e continua confidenza con il mare, con le memorie d’infanzia legate alle campagne tra Crotone e Catanzaro. Si occupa di antropologia filosofica e fenomenologia tedesca, con un focus ossessivo sul corpo e l’intreccio tra biologico, esistenza e pensiero che esprime. Si allena ad osservare il mondo tramite il giornalismo, la pittura ed escursioni in vari continenti.

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