Gay pride e famiglia tradizionale non sono antitetici

gay pride

Lo scorso 27 luglio a Reggio Calabria si è tenuto il gay pride, evento volto a celebrare la comunità lgbt, la differenza, i diritti civili. Ad essa hanno preso parte anche le istituzioni, in particolare ha sfilato anche il sindaco di Reggio Giuseppe Falcomatà. Non mi interessa qui considerare la validità o meno dell’operato amministrativo del sindaco (su cui ci sarebbe molto da discutere), preferisco soffermarmi sull’istituzione da lui rappresentata.

Il gay pride e i malumori della Curia reggina

In effetti la partecipazione del sindaco della città al gay pride ha suscitato i malumori della Curia reggina. In particolar modo, l’Avvenire di Calabria in un editoriale a firma del direttore don Davide Imeneo, ha denunciato quella che a suo avviso sarebbe l’uso di una doppia morale. Scrive, ad esempio, il direttore: «Ci chiediamo, infatti, perché il Comune abbia stigmatizzato la manifestazione del Bus delle Famiglia: la tappa reggina, infatti, è stata osteggiata dalla Commissione Pari Opportunità di Palazzo San Giorgio».

Continuando il suo affondo, ha poi aggiunto: «Può dirci pubblicamente se sostiene anche le posizioni più progressive dei soggetti promotori che sfilavano accanto a lei, quali l’adozione e l’affido dei figli alle coppie omosessuali»?

 Ecco tutto il succo del discorso. In altri termini, conclude il direttore, il sindaco, in quanto figura istituzionale, sarebbe dovuto stare fuori sia dal gay pride che alle manifestazioni in difesa della famiglia tradizionale, «evitando l’insidioso gioco delle parti» e mantenendo un ruolo così «senza alcuna distinzione ideologica».

Lo scontro non è nuovo

Lo scontro tra la Curia e il Comune non è nuovo. Il vescovo Morosini, in relazione alla tradizionale festa patronale nel settembre 2015, attraverso un videomessaggio, si è chiesto: «Una città che si vuole organizzare in maniera laica, e ha tutto il diritto di farlo, che senso ha che festeggi il religioso quando poi fa leggi che sono contrarie a questa dimensione religiosa? Che senso ha il patronato della Madonna con il registro delle unioni civili? Che senso ha il patronato della Madonna con la visione della famiglia che oggi sta prendendo piede o con la cultura gender»?

Non voglio esagerare parlando in piccolo di una tensione tra Stato e Chiesa. Mi limito a constatare queste prese di posizioni evidenti, in contraddizione forse, con la relativa apertura di papa Francesco.

Il gay pride perché sarebbe un affronto alla famiglia tradizionale?

C’è una cosa che, a mio avviso, nell’articolo dell’Avvenire di Calabria, non viene considerata. Il gay pride non è affatto una manifestazione contro la famiglia tradizionale, non equivale a stabilire che la famiglia tradizionale non debba più esistere. Semplicemente si afferma il valore della differenza, dell’uguaglianza pur nella diversità. Si afferma, per usare uno slogan, che l’amore omosessuale ha la stessa dignità di esistenza di quello eterosessuale. È una manifestazione che vuole valorizzare questo semplice concetto.

A mio avviso invece, manifestazioni come il Family day nascono con l’obiettivo opposto: quello di dividere. Puntare alla contrapposizione tra la famiglia tradizionale e altre forme di convivenza e di celebrazione dell’amore. L’amministrazione comunale, e lo Stato in generale, dovrebbero sempre rappresentare la comunità intera dei suoi cittadini e non certo discriminare alcune comunità.

Ripeto: il gay pride vuole anche significare che l’amore, eterosessuale o omosessuale, hanno la stessa dignità, pur nella differenza. Insomma si vuole valorizzare la differenza e la pluralità.

Una considerazione più generale

 Pensando alla storia della nostra civiltà, sono noti i casi di intolleranza nei confronti dei cittadini considerati “diversi”. In effetti la maggioranza ha spesso il vizio di schiacciare le minoranze perché non risultano allineate al modello maggioritario.

Nel caso specifico, l’omosessualità non risulta più considerata una malattia da curare. Nel Catechismo della Chiesa cattolica sta scritto che l’uomo e la donna omosessuali possono «essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza» ma, se cristiani, devono sottostare alla “prova” della castità.

Tuttavia non risulta inumano spingere una persona, non per sua volontà, a negare e rinunciare alla propria vita erotico-affettiva? Questo fatto, a mio avviso, per ogni credente con a cuore la dignità dell’uomo, dovrebbe essere grande motivo di riflessione.

La questione delle adozioni gay

Non entro nel merito intorno al dibattito sulla maternità surrogata. È sicuramente un fatto biologico che dall’unione di coppie dello stesso sesso non derivino delle gravidanze. In effetti ciò costituisce una banalità ovvia, tuttavia è altrettanto vero che l’amore non si può limitare unicamente alla procreazione: non basta donare il seme o partorire un bambino per essere automaticamente dei buoni genitori. La genitorialità si acquista con la crescita dei figli in uno stato di benessere psico-fisico.

La battaglia contro le adozioni per le coppie omosessuali risulta, a mio avviso, viziata da un pregiudizio: il preconcetto che basti poter procreare per assicurare amore e benessere ad un bambino. È proprio questa continua ossessione per la contrapposizione tra famiglia tradizionale e nuove forme di unione a causare semmai problemi per i bambini. Sarebbe bello riuscire a liberarsi dai residui omofobici che in parte ancora influenzano la nostra società. Un mondo plurale senza dubbio sarebbe un vero dono per tutti noi. Ma già la nostra civiltà, anche a livello legislativo, grandi passi li sta facendo.

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  • Nato a Reggio Calabria, laureato in Filosofia Contemporanea, al di là di dove vivrà effettivamente in modo stabile, porta dentro di sé l’amore per il Mezzogiorno e per lo Stretto. Si occupa principalmente di epistemologia e di filosofia della politica. Sogna un nuovo umanesimo che eticamente possa guidare il progresso tecnico-scientifico in una direzione umana. Strenuo difensore dei diritti civili e sociali contro l'intolleranza e l'oscurantismo.

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