La passione per il vinile nel libro di Alessandro Casalini

fedeli al vinile

La passione per il vinile nel libro di Alessandro Casalini – Intervista a cura di Gianni Vittorio

Buongiorno Alessandro, possiamo definire il tuo nuovo libro un romanzo di formazione (in ambito musicale), sull’amore per il vinile?

Direi proprio di sì. Sono cresciuto in un contesto in cui la musica, e soprattutto il vinile, ha sempre ricoperto un ruolo importante. A mio padre piaceva – e piace tuttora, per la verità – la black music e, in particolare, le “Ladies”, regine incontrastate del genere quali Aretha Fraklin, Ella Fitzgerald, Nina Simone, Billy Holiday, ecc… Quindi, a casa mia, la buona musica non è mai mancata. L’idea che il vinile possa essere il supporto principe con il quale diffondere musica, è qualcosa che lo ha decretato il tempo. Quando ero bambino, infatti, nei primi anni ’80, a casa mia esisteva solo quello e le musicassette. Ma il confronto era improponibile. Il fascino del vinile, rispetto a quello della cassetta, era (e lo è ancora, nonostante anche la cassetta sia col tempo diventata un oggetto di culto) di un altro livello. Il vinile è un oggetto magico.

“Fedeli al vinile” è ambientato a Cesenatico in Emilia, a cavallo tra fine anni 90 e anni 2000, anni considerati importanti, perché inizia l’era di Napster, degli mp3 e del download gratuiti, mentre il pc si diffonde su larga scala. Perché la scelta di ambientare la storia in questo periodo storico?

Mi permetto di correggere un’inesattezza: Cesenatico è in Romagna, l’altra faccia della medaglia “Emilia-Romagna”. È un dettaglio, ma dalle mie parti c’è gente che non me lo perdonerebbe mai, se non avessi fatto questa precisazione.
Ma veniamo alla domanda. Credo che il periodo compreso tra il ’99 e il 2001 sia stato quello che ogni negoziante di vinili ricorderà per sempre. Una sorta di “great depression” della musica. Ambientare la mia storia all’interno di un piccolo negozietto di provincia che, tra alti e bassi, sopravvive vendendo SOLAMENTE vinili nel periodo in cui è iniziata la rivoluzione introdotta dall’mp3 e dalla diffusione selvaggia di musica gratuita sul web, sia stato il modo migliore di rendere l’idea di ciò che accadde in quegli anni. L’ho visto con i miei occhi. Serrande abbassate per sempre dove qualche mese prima si diffondeva musica. Gente che ha continuato a combattere contro Napster e che ha perso. L’idea che il mio negozietto, il VinylStuff, fosse il caposaldo della rivolta, lo zoccolo duro della resistenza, mi intrigava parecchio. Io che avevo bazzicato quegli ambienti per così tanti anni, e che con i proprietari di quelle realtà, spesso avevo stretto amicizia. Io che facevo il tifo per loro, ma ero anche consapevole che, tranne qualche raro caso, sarebbe andata a finire male. Come accaduto alla mitica Dimar di Rimini e allo storico Nannucci di Bologna. Uccisi dal pro(re)gresso.

La storia che ci viene racconta in Fedeli al vinile ha dei riferimenti o spunti autobiografici?

Penso di aver già in parte risposto a questa domanda. Sono cresciuto fianco a fianco con la musica. L’ho ascoltata, suonata, amata e lo faccio tuttora. Scrivere di musica non poteva non far parte della mia produzione letteraria. Era un must che, prima o poi, dovevo onorare. L’ho fatto nella migliore delle occasioni. Lo scorso maggio, infatti, il romanzo è risultato tra i dieci vincitori del premio “Fai Viaggiare la tua Storia”, promosso da due grandi case editrici come la Newton Compton e la DeA Planeta, con il patrocinio di Autogrill. Ora sto girando l’Italia, portando come me “Fedeli al vinile” all’interno dei negozi di dischi, delle associazioni culturali, e delle librerie sensibili a queste tematiche. La cosa sta riscuotendo un buon successo. Parlare alla gente che ha vissuto queste situazioni, è il modo migliore per confrontarmi con l’argomento. Capire se ho scritto cose che toccano il cuore delle gente e conoscere nuove realtà che, oggi come allora, portano avanti la passione per la musica e per il vinile.

Mi sembra di capire che i protagonisti del libro (Tata e Hi-Fi) vivono in maniera un po’ conflittuale il rapporto analogico – digitale che si viene a creare durante la narrazione. Spiegaci questa dinamica.

I personaggi, soprattutto Hi-Fi, sono volutamente spinti oltre il limite. Avevo bisogno di una specie di talebano della musica. Uno che davanti a una richiesta di acquisto di un disco di Ramazzotti, sarebbe stato disposto, senza alcuna remora, a buttare fuori a calci nel sedere qualsiasi cliente. Hi-Fi che considera la musica quanto di più serio ci sia al mondo, e che è riuscito in qualche modo a immagazzinare nella sua testaccia dura tutta la musica prodotta in America e Inghilterra negli ultimi cinquant’anni. Tata invece, nonostante sia anche lui un “fedele al vinile” (anche se meno estremista di Hi-Fi), riesce a controllare i suoi sentimenti, tenendo sempre bene a mente che ogni negozio, soprattutto il suo, per sopravvivere ha bisogno di vendere. E vendere, spesso, implica accettare un compromesso tra chi sei e ciò che fai per vivere. Anche se la cosa può non piacerti.

Sono due personaggi/caricature che cercano, con i loro eccessi e le loro manie, di tratteggiare in maniera convincente le atmosfere che si vivevano all’interno dei negozi di dischi a quei tempi. Quando andare alla ricerca di un album raro, tra l’altro dopo aver accumulato diverse paghette settimanali, era una cosa seria, per non dire vitale.

Credo comunque che uno dei pezzi forti del romanzi siano i personaggi che, giorno dopo giorno, si presentano all’interno del VinylStuff. Preti appassionati di musica, tizi che millantano di aver suonato con i Pink Floyd, collezionisti che individuano i dischi con una sorta di tocco magico da pranoterapeuta, per non parlare di ex insegnanti che credono di essere Albert Einstein in procinto di risolvere l’annosa questione della relatività. Insomma, all’interno di “Fedeli al vinile” ci troverete un po’ di tutto, e vi farà ridere. Su questo non ho alcun dubbio.

Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali, i gruppi o gli artisti con i quali sei cresciuto?
Anche tu avevi un tuo negoziante di fiducia al quale ti affidavi per l’acquisto dei dischi?

Tutto cambiò il giorno in cui tirai fuori dallo scaffale dei dischi di mio padre un album dei Beatles. Era Past Masters Vol 1. Avevo dieci, undici anni. Poi venne il Volume 2. Poi venne che diventai un Mod, e che abbracciai tutta la corrente musicale cosiddetta Mod Revival, poi il Northern Soul, il Funk e da lì non mi fermai più. Fino ad arrivare ad amare il rock in quasi tutte le sue declinazioni, il soul, ma anche l’ondata dell’acid jazz della metà degli anni ’90 e quella della musica elettronica della fine di quello stesso decennio. Difficile dire quali siano i miei riferimenti. Tutto ciò che ho ascoltato nel corso di questi ultimi trent’anni ha saputo darmi qualcosa, ma l’aspetto che mi piace di più di tutta la faccenda è pensare che là fuori ci siano ancora una miriade di brani, band, cantautori e musicisti, che sapranno darmi ancora tanto. Se proprio dovessi citare qualche nome, direi… dai, esagero, eccovi la mia top 10 (quella di oggi, domani potrebbe non essere la stessa):

  1. The Beatles
  2. The Who
  3. U2
  4. Paul Weller (in tutte le sue declinazioni)
  5. Blur
  6. The Kinks
  7. Brian Wilson
  8. James Brown
  9. Otis Redding
  10. Fatboy Slim (in tutte le sue declinazioni)

Il mio negozio di culto era la Dimar di Rimini. Un luogo magico dove potevi trovare ogni cosa (in termini di musica e soprattutto di vinili). Ricordo l’Olandese. Un tizio che lavorava lì dentro, e che di musica ne sapeva più di chiunque altro conoscessi. Tu gli davi un titolo o un artista e lui partiva come fosse una versione primordiale di Wikipedia. Non sbagliava un colpo. Ora sapete a chi mi sono ispirato per creare il personaggio di Hi-Fi.

Ancora oggi il fatto che il  mondo del vinile sia sopravvissuto all’egemonia del cd prima, e del digitale/mp3/spotify dopo, ha un enorme significato.
Anzi, negli ultimi cinque anni il mercato del vinile si è addirittura incrementato (si pensi alle tante fiere del disco sparse per l’Europa). Forse perché molti hanno capito che la musica ascoltata in maniera analogica, con un giradischi e con un LP che scorre, è un momento irripetibile, che non potrà mai essere sostituito da un surrogato digitale. Un modo di ascoltare musica che dava importanza al brano, all’artista, con i testi e la copertina che facevano da contorno al vinile. Poi questo momento venne scavalcato dallo streaming on line.
Come stai vivendo questo nuovo contesto ricco di cambiamenti?

Sono felice. Ho sempre pensato che il vinile non sarebbe mai morto per davvero. Magari si sarebbe preso una pausa di riflessione per poi tornare in grande stile a far sognare gli appassionati. E così è stato. Quindi, come recitano simpatiche magliette che ho visto in giro anche qui in Riviera, mi sentirei di dire che “The Vinyl Killed the mp3 industry”.

Mi permetto di concludere così: Che il vinile sia con voi! Sempre.

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  • Vive a Reggio Calabria. Dopo anni passati fuori per lavoro, è ritornato nella sua città. Blogger, appassionato di fotografia, musica e cinema. Presidente dell'associazione culturale Fahrenheit 451. Vincitore del concorso fotografico “Calabria-back to the beauty” (Calabria Contatto). Ama la letteratura, con una predilezione per gli scrittori di fine Ottocento e Novecento. Si pone come obiettivo quello di condividere la valorizzazione del territorio e del mondo visto con gli occhi della gente del Sud.

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