Depressione, anedonia, insoddisfazione

Sisifo

I disturbi dell’umore sono un insieme di patologie psichiatriche caratterizzate da un disagio psicologico più o meno intenso e da una serie di sintomi fisici che possono variare da persona a persona. Tra i disturbi dell’umore quello più comunemente conosciuto e più frequentemente diagnosticato è la depressione. Si tende spesso a pensare alla depressione come sinonimo di tristezza perdendo di vista le doverose differenziazioni tra le due: la tristezza è un’emozione che, come rabbia e disgusto, viene categorizzata come negativa, spiacevole e, pertanto, preferibilmente da non provare. La tristezza, in quanto emozione, è dunque uno stato transitorio dell’umore, conseguente a degli avvenimenti oggettivamente o soggettivamente negativi. Capita che questa infelicità non sia più un fatto occasionale, e non dipenda da situazioni specifiche, assumendo invece caratteri di stabilità, totalità e profondità. È in queste situazioni che si può parlare di depressione, una condizione esistenziale, oltre che un quadro clinico psicopatologico, in cui dalla tristezza si è passati gradualmente ad apatia e anedonia.

Oggi si fa largo uso del termine “depressione”, e non sempre in maniera adeguata, cioè non per definire un quadro clinico rispondente a precisi clusters diagnostici, ma riferendosi a una forma di malessere più propriamente riconducibile a una forma di “insoddisfazione”.

L’insoddisfazione è la sensazione generata dalla frustrazione dei nostri bisogni nonché di desideri rimasti a lungo termine irrealizzati, un senso di mancanza, un gap tra ciò che vorremmo provare e ciò che proviamo. L’insoddisfazione è l’assenza o la scarsa presenza di piacere nella nostra vita.

Le cause dell’insoddisfazione sono svariate ma sono sempre strettamente collegate alla natura dei bisogni umani.  Si può essere insoddisfatti se:

  • non ci si sente realizzati nei ruoli professionali e in quelli privati
  • non ci si sente importanti
  • non ci si sente amati o di appartenere
  • si ha la sensazione di avere una vita poco stimolante e varia
  • non si soddisfano i bisogni primari (sessuali, deprivazione sensoriale etc.)

Qual è allora la differenza più significativa tra depressione e insoddisfazione?

Il depresso è bloccato, l’insoddisfatto può agire.

Che sia di origine organica o situazionale, l’aspetto più comune della depressione è la rassegnazione. Essere rassegnati significa sentirsi impotenti e comporta la passività, la paura di non poter venire fuori dalla sofferenza, l’angoscia di non poter mai sentirsi nuovamente come prima, sviluppando così un atteggiamento simile a quello che si ha di fronte ad una malattia che crediamo incurabile. Quando ci viene proibito (da parte nostra o da altri) o reso difficoltoso e addirittura inaccettabile il poter gratificare le nostre voglie, i nostri piaceri, ecco che spunta l’insoddisfazione. Quando l’insoddisfazione viene vissuta passivamente, quando non viene ascoltata e non ci si attiva per risolverla, può cronicizzarsi ed evolvere in una forma depressiva.

Dall’insoddisfazione si può approdare alla passività o a una scarsa reattività, che, associata ad una predisposizione biologica, impedisce la risoluzione del conflitto intrapsichico e porta a mettere in atto, più o meno consapevolmente, comportamenti disfunzionali. Chi si trova in una simile situazione assume spesso la posizione di vittima, alimentando così il circolo vizioso di non riuscire a a far nulla che lo soddisfi veramente, ingigantendo la sensazione cronica di stanchezza e di fallibilità.

Oscar Wilde sosteneva che «l’insoddisfazione è il primo passo nel progresso dell’uomo». Non possiamo pensare infatti all’insoddisfazione come a qualcosa di totalmente negativo perché, sebbene chi è insoddisfatto sperimenti emozioni negative con l’incapacità di vivere pienamente nel qui ed ora perché preoccupato di un futuro che non si può né immaginare né organizzare, esiste anche un’accezione positiva del senso di mancata realizzazione. Sentirsi insoddisfatti significa percepire un campanellino d’allarme rispetto alla necessità di modificare qualcosa al fine di ottenere una maggiore pienezza e autenticità nel proprio orizzonte esistenziale.

Alexander Lowen, padre della bioenergetica, sostiene che la «sola cura della depressione consiste nell’allargare il significato della vita aumentando il piacere della vita stessa». Questa definizione ci rimanda inevitabilmente al concetto di resilienza, intesa come capacità di continuare a crescere e svilupparsi nonostante le avversità.

Un po’ come nel mito di Sisifo, si tratta di non arrendersi mai e riprendere ogni volta a spingere il proprio pesante fardello, pur nella consapevolezza del limite della maledizione. O fare come un fiore dal nome emblematico, il “pisciacane”, che impara a crescere nelle crepe, anche in assenza di luce, che splende nonostante le avversità perché sa che ciò che conta è solamente fiorire, nonostante tutto.

 

 

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  • Psicologa e psicoterapeuta con approccio umanistico-esistenziale, si è formata tra lo Stretto di Messina e la capitale. Interviene principalmente sulle dipendenze e sui disturbi del comportamento alimentare; si interessa anche di psicologia penitenziaria. Svolge attività di consulenza per il Ministero della Giustizia ed è responsabile del laboratorio di psicologia del movimento “Contaminiamo i saperi” presso l’Università Mediterranea di Reggio Calabria.

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