Carlo Maria Martini e la giustizia: l’efficacia sociale del perdono

Carlo Maria Martini

«Primum vivere deinde philosophari», affermò qualche filosofo (Aristotele, Seneca o forse Hobbes) per ammonire l’uomo sulla necessità di provvedere in primis alla quotidianità della vita pratica, alla pancia, poi alla filosofia. Una sentenza icastica, ma di notevole impatto e assoluta veridicità: realisticamente, come possiamo pensare (e – soprattutto – raggiungere le vette elevatissime della speculazione filosofica), se siamo a pancia vuota?

Però, se di idee e concetti sul Vero, sul Bello e sul Giusto, in linea meramente teorica, possiamo anche fare a meno, irrinunciabile, al pari del pane sulla tavola, per una società che voglia essere “civile” è il diritto: e questa è un’esigenza riconosciuta, a livello teorico, sia nella filosofia classica che in quella di ispirazione cristiana. Così Platone: «Ti sembra che una Città o un esercito, o una banda di delinquenti o di ladri, o qualsiasi altra associazione che si formi allo scopo di delinquere, potrebbe combinare qualcosa, se al suo interno si comportasse al di fuori di ogni principio di giustizia? […] L’ingiustizia, Trasimaco, è fonte di sedizioni, di odi, di conflitti fratricidi […] sì da rendere impossibile ogni forma di reciproca collaborazione». È vero: qualunque organizzazione, anche quella che persegue scopi contrari alla legge, paradossalmente, ha bisogno di regole. Gli fa eco Agostino: «Togliete la giustizia, e cosa sono i regni, se non grandi brigantaggi? Perché, anche le bande dei briganti cosa sono, se non piccoli regni? Sono manipoli di uomini comandati da un capo, legati da un patto sociale, con la ripartizione del bottino secondo una legge accettata da tutti. Basta che questa calamità si espanda con l’affluenza di numerosi malfattori, al punto da occupare un territorio e stabilire una base, occupar città e sottomettere popoli, perché assuma più chiaramente il titolo di regno, che le viene apertamente riconosciuto non per l’abolizione delle razzie, ma per il conseguimento dell’impunità».

Ritengo che una delle più pregnanti formulazioni del concetto di giustizia sia stata elaborata nel terzo secolo d.C. dal giurista romano Domizio Ulpiano, secondo il quale essa rappresenta l’esito della «volontà costante e perpetua di dare a ciascuno il suo». In età moderna Hans Kelsen, nella Teoria generale del diritto e dello Stato (1945), ha affermato che l’evidenza di tale posizione è solo apparente, in quanto nasconde delle ambiguità strutturali: secondo il giurista contemporaneo, la definizione di Ulpiano è una «tautologia priva di significato» poiché «non risponde al quesito su quale sia il “suo” di ognuno»; e ha specificato che è solo formale la definizione di giustizia descritta dall’imperativo: «Fa’ il bene e astieniti dal male», laddove non vengano preventivamente e oggettivamente stabiliti i parametri secondo cui si valuta ciò che è bene e ciò che è male.

Ma la critica di Kelsen va oltre la mera teoria, individuando, con fine acume, la pericolosità insita in simili teorie: «Queste formule della giustizia hanno l’effetto di giustificare qualsiasi ordinamento giuridico positivo», poiché è legittimato dalla presunzione di aver individuato con valore assoluto, e quindi incontestabile, ciò che è bene e ciò che è male perseguire. E la Storia parla chiaro: immediatamente in ciascuno di noi si affaccia il pensiero del Male Assoluto, vale a dire della tragedia dell’Olocausto, laddove, nel nome di anacronistiche teorie di superiorità razziale, condivise dai più in virtù di un diffuso credo antisemita che in Germania (così come in altri stati europei) era sorto almeno un secolo prima della seconda guerra mondiale, fu perseguito un “bene” tutt’altro che nobile, i cui esiti sono tristemente e universalmente noti.

Ho premesso queste considerazioni poiché la formulazione di Ulpiano è presente nell’affermazione con cui il Cardinale di Milano Carlo Maria Martini, morto nel 2012, inaugurò nel 1999 il suo volume Sulla giustizia, libro che suscitò molto interesse e sempre attuale, in quanto il tema della giustizia – sia sociale che penale – è da sempre al centro di accesi dibattiti: il diritto è, sì, teorico, ma la sua applicazione tange direttamente la nostra vita materiale e concreta che, fluida e mutevole, richiede il continuo “adattamento” delle sue formulazioni alle controversie reali che di volta in volta deve dirimere: mai l’universale e il particolare si sono trovati così lontani, e al contempo così vicini e strettamente intrecciati!

Nella sua affermazione iniziale il Cardinal Martini affermò che la giustizia è «la virtù che si esprime nell’impegno di riconoscere e rispettare il diritto di ognuno dandogli ciò che gli spetta secondo la ragione e la legge». Analogamente a quanto prima affermato in merito alla proposizione di Ulpiano, la domanda sorge inevitabilmente: “quale” ragione e “quale” legge?

Nel caso specifico la risposta non è particolarmente difficile, essendo stato il Cardinal Martini soprattutto un uomo di Chiesa: d’altro canto, egli stesso la dichiarò espressamente e senza remore, come vedremo. Essa ha tuttavia acceso un dibattito piuttosto vivace su cui ritengo sia utile riflettere, e ciò è proficuo anche per una maggiore comprensione del libro. Da un lato il giurista Guido Rossi, sul “Corriere della sera”, mise in evidenza che nell’ispirazione teorica del Cardinal Martini, a parte l’ovvio riferimento alle Sacre Scritture, è presente anche la tradizione illuministica lombarda, da Beccaria a Cattaneo, come rivela ad esempio il suo atteggiamento sulle questioni della colpa e della pena di morte, a proposito della quale egli afferma: «Sono ancora molti gli Stati in cui si applica la pena di morte e, purtroppo, si assiste talora a prassi che sconcertano: dalle condanne per reati politici o di opinione a quelle che sanciscono un processo difettoso e iniquo e che si aggiungono a forme di maltrattamento e di tortura; dalle esecuzioni di massa alle esecuzioni le cui vittime sono adolescenti o anziani. La considerazione di questi fatti sconcertanti induce a intraprendere con forza campagne per l’abolizione della pena capitale. Oggi sembra assai difficile che si possano realizzare le circostanze che, nel passato, avevano indotto molti Stati, anche cristiani, ad applicarla, ritenendo che in certi casi rappresentasse l’unico ed estremo mezzo di difesa della comunità e del bene comune. Nell’attuale momento storico, considerando la più diffusa e approfondita consapevolezza del valore della persona e della sua dignità, come pure i progressi realizzati nella conoscenza delle motivazioni profonde e complesse dell’agire umano, siamo persuasi che in ogni società civilizzata l’ordine può essere salvato, la giustizia assicurata, il delitto intimorito con altre pene e provvedimenti senza ricorrere alla soppressione del reo».

Ma, secondo Guido Rossi, nell’idea di giustizia sociale del Cardinal Martini potrebbero altresì essere presenti delle analogie col neo-contrattualismo di John Rawls.  Il filosofo Emanuele Severino non condivide tale interpretazione, e sostiene che l’humus culturale che ispira il Cardinale Martini è esclusivamente il concetto cristiano di giustizia. Credo che questo dibattito sia assai interessante nel nostro paese, in cui lo Stato ha sempre affermato con decisione la sua “laicità” (anche nel periodo democristiano), ma dove la società civile he sempre difeso le sue radici cristiane: mi limito ad evidenziare che, mentre l’inglese Russell ha scritto un saggio dal titolo Perché non sono cristiano, l’italiano Benedetto Croce, per quanto profondamente laico, ne ha invece scritto uno intitolato Perché non possiamo non dirci cristiani.

Qual è il problema, a questo punto? Intanto, bisogna chiarire che non v’è nulla, nelle pagine di Martini, che non abbia derivazione vetero- o neo-testamentaria. È, invece, molto più difficile conciliare gli assunti di Rawls con queste parole, che mi sembra vadano addirittura in senso opposto ad essi: «Oggi la giustizia è intesa spesso come equità nello scambio sociale, non invece come rettitudine interiore dell’uomo, come virtù». Si potrà concordare o meno con questa visione della giustizia (personalmente la condivido), ma essa ha ben pochi punti in comune col neo-contrattualismo e men che meno ha a che vedere con l’Illuminismo lombardo il tema della “efficacia sociale” del perdono, proposto da Martini, la cui conclusione ultima ritengo si trovi nella seguente proposizione: «Per giungere al Vangelo occorre superare la giustizia».

Imperativo etico troppo profondo per essere di immediata intelligenza o praticabilità, ma che mette innanzi alla nostra coscienza un “dover essere” di altissimo profilo, condiviso, anche questo, sia da pensatori notoriamente atei che da altri, molto vicini al Cristianesimo: dopo il conferimento del Nobel, nel 1957, in risposta alla domanda di un giovane algerino sulla situazione in Algeria e il terrorismo, Camus pronunciò la leggendaria frase: «Credo alla giustizia, ma prima della giustizia difenderò mia madre»; l’amore per la madre gli insegnerà ad essere più giusto dalla giustizia perché, come dirà Levinas, «l’amore deve sempre sorvegliare la giustizia».

Circolarmente, il nostro percorso si compie, tornando agli esordi del presente scritto, evidenziando le perplessità che sorgono quando, dalle stelle, siamo costretti a scendere nel pozzo; fuor di metafora, quando il nobilissimo principio astratto su enunciato dobbiamo applicarlo in questo «atomo opaco del Male» che è il mondo, nella struggente definizione pascoliana.

La giustizia “cristiana” è, a mio avviso, soprattutto un’esperienza individuale. Può fondare una cultura, un modo di essere, un comportamento nobile, ma mi sembra difficile (e la storia finora lo ha dimostrato) che su di essa si possa strutturare una costruzione sociale (non a caso nel Vangelo si parla di un “regno” che non è di questo mondo). Ma questo è un limite, direi, relativo, perché si tratta di un’“esperienza possibile”: un’esperienza che, se praticata su larga scala, potrebbe dare ragione al vecchio Goethe quando diceva che, se ognuno spazzasse davanti alla propria porta, tutta la città sarebbe pulita.

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  • Nata a Reggio Calabria qualche anno fa, dopo un percorso di formazione umanistica in riva allo Stretto, ha svolto alcuni anni di precariato come insegnante di sostegno al Nord. Profondamente devota al pensiero meridiano e alla filosofia della "restanza", rientra nel 2014 a Reggio, finalmente a tempo indeterminato. È insegnante di filosofia e storia nei licei, con particolare propensione verso le tematiche di genere, la geofilosofia e la filosofia antica, nata, "qualche anno" prima di lei, in Magna Grecia.

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