Calabria, antropologia di uno spopolamento

Riace

Lo spopolamento è un problema ma non ha niente a che vedere con i migranti che arrivano, anzi. La questione non è certo recente, da quanto tempo i calabresi abbandonano la terra natia per andare altrove? Da sempre. Ma qualcosa è cambiato negli ultimi tempi, e la valutazione del fenomeno non può essere solo numerica. Sono mutate infatti le motivazioni stesse dell’abbandono, così come sono mutati sogni e bisogni di tanti giovani italiani. Niente più valigie di cartone, smartphone e tablet in mano i calabresi lasciano le loro città d’origine con un bagaglio culturale che nei decenni si è accresciuto: formati nelle nostre scuole, spesso a buon merito, laureati nei nostri Atenei, che pure oggi rischiano di chiudere, perché va anticipandosi sempre più l’età stessa dell’abbandono. Il problema è che poi nessuno torna in Calabria, perché non ne intravede nessuna buona ragione. Oggi un giovane calabrese (e anche su cosa sia anagraficamente la gioventù bisognerebbe riflettere) parte anche sapendo di dover accettare condizioni misere e ben più scomode del focolare domestico, la maggior parte delle volte al di sotto delle proprie aspettative, squalificando, almeno in partenza, le proprie conoscenze o il proprio titolo di studio. Ma il perché un giovane laureato sia disposto a fare il commesso a Milano o il pelapatate a Berlino sta anche nell’incapacità totale di questa terra di offrire stimoli culturali all’altezza e, più che l’isolamento o la desolazione dei borghi, spaventa il provincialismo miope e mediocre.

Non ci stanno, i giovani calabresi, a volare basso: e questa forse è l’unica buona notizia; c’è una gioventù desiderosa di sognare ancora un futuro, qualsiasi esso sia, purché altrove, fuori da qui, lontano dalle sabbie mobili di città sempre più vuote e misere, economicamente depresse, quasi del tutto prive, salvo pregevoli e rare eccezioni imputabili a sforzi di singoli, non certo a strategie della politica che governa, di politiche culturali degne di questo nome. Stanno stretti negli Atenei svuotati di ogni opportunità di ricerca e crescita personale se non per pochi eletti (ma anche questo fenomeno potrebbe considerarsi tutto italiano), e ancora di più stanno stretti in luoghi non connessi con il resto d’Europa, dove un volo per Milano costa 300 euro, figurarsi uno per Londra o Barcellona. E poi come possono non soffrire in città dove la ‘ndrangheta brucia i negozi, dove chi governa somiglia più ad un amministratore di condominio, dove la politica è inesistente? Dove non vi è politica non vi è visione, non vi è prospettiva, non vi è speranza o fiducia. Dove non c’è visione non può esserci desiderio, né di restare né di tornare né di cambiare le cose.

A quella desolazione, a quello svuotamento, c’è chi ha provato, negli anni, a dare risposte politiche appunto. Lucano ne è una pregevole testimonianza. La curiosità sta in come un paesino sperduto dell’estrema Calabria sia diventato uno dei borghi più famosi del mondo, oggetto di documentari e reportage, meta di persone provenienti da mezzo mondo pronti ad andare a vedere come sia possibile che in un’Italia, un’Europa, un Mondo dove si alzano muri e si respinge alle frontiere, autoctoni e migranti vivano insieme normalmente. E restano tutti stupiti, a Riace, dai colori e dai murales, e dalle testimonianze degli artisti e dei poeti, dei registi e degli intellettuali. Improvvisamente la Calabria diventa famosa per le sue fragilità e per la sua forza; accoglie senza fronzoli, meglio di come potrebbe avvenire in qualsiasi capitale europea, oggi tutte melting pot di culture e provenienze (provate a trovare un londinese per le vie di Londra o un parigino per quelle di Parigi, sarà difficile tanto quanto trovare a primo colpo un vero milanese a Milano).

La terra non appartiene a chi ha avuto la fortuna o la sfortuna di nascervi sopra, la terra non appartiene a nessuno, la Calabria appartiene ai calabresi meno di quanto possa appartenere a me l’isola di Cirella, curiosa e simpatica omonimia sulla quale ho sempre scherzato. Sono le persone che la calcano che appartengono ad essa, nella misura in cui ritengono di potervi appartenere, in cui essi si sentano parte di una comunità, di una piazza, di un quartiere. È nel ritessere comunità dunque la sfida, e se saranno prima i migranti a raccoglierla ben vengano, ci mostrino il senso stesso della casa, cosa significa lasciarne una per ricostruirne un’altra altrove, non senza cicatrici. Nessuno ha diritto di prelazione sui nostri borghi, che hanno diritto ad avere le scuole, anche solo per un solo studente, che hanno diritto ad avere gli ospedali vicini e le strade sicure. Questo dobbiamo pretenderlo sempre, anche insieme a chi trova cittadinanza arrivando sulle nostre coste. Se in oltre 150 anni ciò ci è stato negato non è certo colpa degli africani, ma della nostra stessa rassegnazione o del nostro aver delegato la cosa pubblica puntualmente a una classe politica pessima, inadeguata e corrotta.

Appartenere alla Calabria significa tentare di ricostruire comunità, provare a ridisegnare futuro e prospettive. Queste sono le sfide che una nuova generazione, non solo anagrafica, deve fare proprie.

*Questo articolo è una risposta all’intervento di Giuseppe Bombino titolato “Spopolamento, la Calabria e quei conti che non tornano” [NdR]

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  • Laura Cirella, vive a Reggio Calabria, attivista e militante politica è stata dirigente della sinistra calabrese. Si occupa di comunicazione sociale, consumo critico e produzioni etiche, per uno sviluppo sostenibile della Calabria e dei Sud d’Italia e del Mondo.

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