Presentato a Venezia Mila (Apples): una società in cui la perdita di memoria diventa un nuovo modo per ricrearsi una nuova identità.

Nuova identità, questo è il nome che viene dato al programma di recupero dell’identità, eseguito presso una clinica nella quale vengono ricoverati i pazienti trovati per strada dopo un’ amnesia o perdita di memoria. Sarà stata una pandemia? Questo è un elemento che rimane volutamente nel vago.
Sono tutte persone che per svariate cause hanno subito un trauma che in seguito gli fa perdere la memoria, così da cancellare totalmente il  loro passato.

Il film del greco Christos Nikou (in passato è stato anche aiuto regia di Lanthimos), presentato a Venezia nella sezione Orizzonti, parla di ricordi e di memoria. La narrazione si muove tra diversi registri cinematografici, a metà tra distopia e dramma.
E’ possibile ricreare un’identità partendo da zero? Una nuova vita è possibile in una società post umana che fa dei ricordi e della memoria una vera arma, vedi i dati privati che ogni giorno vengono ci rubati per speculare ai fini economici e di ricerche di mercato?
Così inizia un percorso di crescita per uno dei pazienti senza nome, che avrà anche delle conseguenze sulle sue relazioni private.
Un vero e proprio viaggio nella mente dell’uomo, ovvero un’educazione sentimentale nella quotidianità della vita, che prescinde dal passato e dai legami originari.

Con Apples Nikou mette in scena in maniera poetica e delicata un’opera prima davvero di grande impatto, ponendo davanti allo spettatore una riflessione sulla selettività della memoria (siamo o no portati a scartare i ricordi che ci piacciono, o ne provochiamo le conseguenze con i nostri comportamenti?). Alla fine la soluzione sta tutta in un interrogativo del regista: davvero ci ricordiamo quello abbiamo realmente vissuto, o solo ciò che ognuno di noi ha scelto di ricordare?
Al protagonista non viene chiesto di recuperare la memoria, ma di reinventarsi, diventando un uomo nuovo che segue i passaggi normali dell’evoluzione. Bellissima e suggestiva l’ambientazione in una società pre-social network, un mondo non ancora tecnologico (una specie di distopia anni 90) nel quale le foto si fanno con la Polaroid, simbolo di un ricordo privato, non una esperienza da pubblicare su Instagram. Diverse sono le scene da citare, una tra tutte quella in cui Aris fa una scelta, non mangia più le mele, che preservano la memoria secondo la saggezza popolare, ma opta per le arance, quasi a presagire un nuovo scenario.
Dopo  aver visto le ultimi fotogrammi si rimane quasi sospesi nel vuoto, davanti ad un futuro incerto. Solo in una società priva di tecnologia, o analogica (nel film non ci sono cellulari, ma solo lettere scritte a mano) è possibile ritornare a vivere?

 

Tags:

  • Vive a Reggio Calabria. Dopo anni passati fuori per lavoro, è ritornato nella sua città. Blogger, appassionato di fotografia, musica e cinema. Presidente dell'associazione culturale Fahrenheit 451. Vincitore del concorso fotografico “Calabria-back to the beauty” (Calabria Contatto). Ama la letteratura, con una predilezione per gli scrittori di fine Ottocento e Novecento. Si pone come obiettivo quello di condividere la valorizzazione del territorio e del mondo visto con gli occhi della gente del Sud.

  • Mostra commenti

Per la tua pubblicità

Potrebbe interessarti anche

Dogman: il western urbano di Garrone tra umanità e violenza

Matteo Garrone non sbaglia un colpo, nemmeno con il nuovo bellissimo Dogman, ambientato nella ...

Super Dark Times: i tempi bui di Kevin Phillips

Super Dark Times, film del 2017 di Kevin Phillips, racconta i tempi molto bui di ...