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1 month ago

Suddiario

LA POETESSA DEI NAVIGLI

di Elisa Latella

Sono trascorsi 10 anni da quel 1 novembre 2009, giorno della scomparsa di Alda Merini, una delle più significative voci poetiche del Novecento italiano, incompresa al punto di non essere ammessa al liceo classico da ragazzina e di essere chiusa in manicomio da grande.
Ostacoli che non le hanno impedito di essere – e di rimanere per sempre- la poetessa dei Navigli, come ricorda la targa voluta dal comune di Milano sul muro della sua abitazione appena quattro mesi dopo la sua morte. Una penna unica nel panorama letterario italiano, l’esempio di quella genialità che nasce dal dolore e, di fronte all’ottusità di una società più ipocrita che civile, rilancia, e vince la sfida.
La sua biografia ufficiale oggi è affidata alle parole delle figlie che la raccontano attraverso il sito www.aldamerini.it: figlie profondamente amate dall’autrice, che, pur essendo state cresciute da altre famiglie, mantennero con la madre un legame molto intenso, descritto nelle stesse parole della poetessa: “La maternità è una sofferenza, una gioia molto sofferta. Da un amante ci si può staccare, ma da un figlio non riesci”.
Queste quattro persone sono nate dall’incontro tra una donna fragile e geniale ed un uomo come tanti, operaio e sindacalista, che aveva difficoltà a comprendere come Alda Merini potesse dare tanto spazio nella sua vita alla poesia. O forse, come potesse essere la poesia a prenderselo da sola, questo spazio, al punto da non lasciarne ad altri, né all’autrice stessa.
Nata a Milano il 21 marzo 1931, la Merini vive il dramma dei bombardamenti e della povertà della seconda guerra mondiale, cresce con un’educazione profondamente cattolica, anche se – per certi aspetti- si allontanerà dalla Chiesa dopo aver visto in manicomio ragazze violentate - anche da sacerdoti - dichiarate pazze.
Gli internamenti di Alda Merini presso l’Ospedale Psichiatrico Paolo Pini di Milano iniziano quando le due figlie più grandi, Emanuela e Flavia, sono poco più che bambine; nei brevi rientri a casa vengono concepite le ultime due figlie, Barbara e Simona. E’ il 1979 l’anno in cui Alda Merini esce definitivamente dal manicomio e inizia a scrivere raccontandone orrori e torture.
Rimasta vedova dopo qualche anno, in ristrettezze economiche, inizia un’amicizia con il poeta Michele Pierri, che sposa nel 1983, solo con rito religioso. Si trasferisce con lui a Taranto: ma i figli di Pierri, contrari al loro matrimonio, con un pretesto la allontanano e lei torna in uno stato depressivo, rivivendo l’esperienza tragica del manicomio. Nel 1986 la poetessa torna a Milano e iniziano a moltiplicarsi pubblicazioni, interventi pubblici: arrivano premi letterari e la laurea honoris causa dall’Università di Messina.
Con il successo arriva anche un minimo di tranquillità economica, anche se Alda continua a vivere nella vecchia casa, piena di libri e di muri coperti da numeri di telefono.
Quando ottiene il premio Montale Guggenheim si trasferisce all’hotel Certosa: ma gran parte dei suoi guadagni sono un dono per i clochard incontrati per strada.
Il suo esordio come autrice era stato a quindici anni: la sua insegnante delle medie la introduce in un giro di amicizie letterarie e viene apprezzata da Angelo Romanò e Giacinto Spagnoletti. A sedici anni viene classificata come bipolare, a diciannove le sue liriche il Gobbo e Luce vengono pubblicate nell’Antologia della poesia italiana contemporanea 1909-1949. Altre pubblicazioni saranno incentivate da Eugenio Montale e Maria Luisa Spaziani; Alda Merini frequenterà anche Salvatore Quasimodo. Poi è la volta del primo volume di versi intitolato La presenza di Orfeo. Nel 1955 esce la seconda raccolta di versi, intitolata Paura di Dio, alla quale fa seguito Nozze romane.
Il silenzio coincide con l’internamento in manicomio, gli otto terribili anni dal 1964 al 1972: da questa tragica esperienza nasce "La Terra Santa", con la quale vincerà nel 1993 il Premio Librex Montale. Viene comunque rifiutata da molti editori italiani. Tempi migliori arrivano con il secondo matrimonio: scrive venti poesie-ritratti inedite fino al volume "Vuoto d'amore". Sempre a Taranto porta a termine "L'altra verità. Diario di una diversa", primo libro in prosa a cui seguiranno "Fogli bianchi" nel 1987 (anno in cui è finalista nel premio letterario Premio Bergamo) e, rispettivamente nel 1997 e nel 1998, "La volpe e il sipario" e "Testamento".
Ancora più profilici gli anni dei Navigli, quelli del caffè-libreria Chimera. Nel 1991 escono "Le parole di Alda Merini", poi "Ipotenusa d'amore" e "La palude di Manganelli o il monarca del re", il volumetto "Aforismi". E ancora "Sogno e Poesia" e "Reato di vita", autobiografia e poesia, entrambi del 1994, "La pazza della porta" accanto del 1995 e ancora dopo, da Einaudi, "Ballate non pagate".
Il 1996 è l’anno di Un'anima indocile, testo composto da poesie vecchie e nuove, da un diario-confessione, da brevi racconti e da un'intervista fatta all'autrice. La sua tecnica della poesia spontanea in forma orale e che altri trascrivono è un’anteprima nella poesia contemporanea. Oltre 500 testi brevi, vicinissimi all’aforisma: un’antologia è raccolta nel 1999 in "Aforismi e magie", pubblicato da Rizzoli, nel 2000. "Superba è la notte" è invece un volume risultato di un lavoro compiuto su poesie inviate all'editore Einaudi e ad Ambrogio Borsani. E molto, molto altro ancora, fino a tutti gli anni 2000: testi accompagnati da opere artistiche e musicali, cofanetti eleganti. Dopo la sua morte, la sua voce canta ancora, con l’album dal titolo forse più significativo, "Una piccola ape furibonda". Giovanni Nuti canta Alda Merini e una "traccia fantasma" permette di ascoltare Alda Merini che canta con Giovanni Nuti Prima di venire. Alda Merini ha scritto tantissimo, incessantemente. Non ha scritto solo negli anni in cui non ha potuto farlo, e cioè negli anni in cui è stata rinchiusa nell’ospedale psichiatrico. Quegli anni che oggi sono un vuoto forzato forse per l’intera letteratura italiana.
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