Zelda Breath of the Wild: rivoluzione e ritorno alle origini

Zelda Breath of the wild

“Tutti i giochi hanno una storia. Solo uno è una leggenda”. Spesso sono queste le parole usate per descrivere uno dei franchise di maggiore successo della Nintendo: The Legend of Zelda. Amatissimo da grandi star come il compianto Robin Williams, il quale ha chiamato sua figlia Zelda (dal nome della principessa da cui il titolo), Zelda no Densetsu ha superato nel 2017 i trent’anni ed è arrivato ormai alla fase della piena maturità.

La serie, nata nel 1986 su Famicom, nome giapponese della prima console della Nintendo (conosciuta in Occidente come Nintendo Entertainment System, in una parola NES), dalle mani di Shigeru  Miyamoto, padre tra le altre cose di un’altra icona dei videogames, Super Mario, e padre nobile del settore dei videogiochi, vede l’uscita dell’ultimo capitolo in tutto il mondo il 3 marzo 2017, in contemporanea sullo sfortunato Wii U e sulla figlia di maggior successo Nintendo Switch, console da casa portatile ibrida, ultima fatica hardware della Nintendo che ha fatto il suo debutto nella stessa data.

The Legend of Zelda rappresenta, per chi scrive e per la maggior parte degli appassionati di videogames e di videogames Nintendo, un vero e proprio punto di riferimento. È infatti uno dei massimi vertici raggiunti dall’avventura in salsa fantasy, che strizza l’occhio a classici cinematografici del genere come Il Signore degli anelli, tratto dall’omonimo romanzo di J.R.R. Tolkien.  I vari episodi alternano un design che va dallo stile anime a quello realistico-epico: penso ad esempio, per citare solo gli episodi più recenti, a The Legend of Zelda: the Wind Waker per lo stile cartoon (il cui remake ha visto la luce su Wii U nel 2013 con uno splendido cel-shading) e a The Legend of Zelda: Twilight Princess per quello realistico-epico (anch’esso rifatto su Wii U appena tre anni dopo).

L’ultimo episodio, Breath of the Wild, prima avventura interamente open-world con protagonista il giovane Link, trae in parte la propria ispirazione, come ha dichiarato il Producer Eiji Aonuma, dall’americano The Elder Scroll V: Skyrim, immenso gioco della Bethesda, uscito praticamente su qualsiasi console da intrattenimento (una nuova edizione è stata pensata anche per la neonata Switch).

Le meccaniche di gioco a cui i fan sono stati abituati per più di trent’anni sono state radicalmente modificate. Non c’è più una trama più o meno lineare da seguire in modo rigido, non ci sono più dungeons (sono stati sostituiti da piccoli sacrari sparsi per tutta Hyrule) da completare in ordine, tutto è lasciato alla scelta del giocatore. Possiamo quindi scegliere noi come proseguire tra diverse mini-quests, libera esplorazione, cucina di pozioni e cibi per recuperare salute e vigore, addomesticamento di cavalli, ricerca di armi.

Un’altra nota da aggiungere è quella sui mostri: dai piccoli boblin ai temibili lynel per abbattere i nemici, occorre praticare una precisa strategia perché questi sono decisamente intelligenti e non basta più colpire un po’ a casaccio come nei vecchi episodi riuscendo a cavarsela con relativa facilità.

Ma dicevamo che le dinamiche sono state rivoluzionate. Ciò è vero. È altrettanto vero però che per certi versi si tratta di un ritorno alle origini, in fondo il primo The Legend of Zelda per NES presentava, in grafica 2D e con i limiti della tecnologia degli anni ’80, un mondo interamente esplorabile e in modo assolutamente libero.

Ma sono anche altre le analogie che si possono trovare. A tutti gli appassionati dei film d’animazione di Miyazaki, subito verrà in mente come Breath of the Wild richiami alla mente Princess Mononoke: stessa atmosfera sognante, stessa immersione nella natura e design e stile grafico molto simili.

Link ritorna in una Hyrule immensa e pulsante di vita, con tutti i pregi dell’open world.  Il director Hidemaro Fujibayashi (il quale in un’intervista ha dichiarato le fonti della sua ispirazione) ha scelto di osare, di rinnovare una meccanica di gioco che, nel corso degli anni, poteva risultare qualcosa di già visto e forse ripetitivo.

L’inserimento del doppiaggio rende poi anche più cinematografica l’esperienza di quello che vuole essere un videogioco ma che si attinge a sfiorare come design qualcosa di vicino ad un’opera d’arte.

L’accoglienza della critica è stata ed è entusiastica. Breath of the Wild vince i premi come gioco dell’anno, best direction game e miglior action-adventure, ottenendo poi le nomination per miglior direzione artistica e migliore colonna sonora presso i The Game Awards del 2017 a Los Angeles il 7 dicembre.

Nello stesso tempo occupa il quinto posto tra i migliori videogiochi di sempre su Gamerankings.

La Nintendo poi, dapprima reticente, ha deciso di lanciarsi nel mercato dei DLC, vale a dire delle espansioni acquistabili online e che aggiungono nuovo materiale di gioco. Le due espansioni, Le prove leggendarie e La ballata dei campioni, uscite rispettivamente il 30 giugno e l’8 dicembre 2017, ampliano notevolmente la già immensa esperienza di gioco.

E se questo non è l’episodio di Zelda definitivo, davvero poco ci manca.

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  • Nato a Reggio Calabria, laureato in Filosofia Contemporanea, al di là di dove vivrà effettivamente in modo stabile, porta dentro di sé l’amore per il Mezzogiorno e per lo Stretto. Si occupa principalmente di epistemologia post-positivistica e della complessità, di filosofia del linguaggio e della politica. Sogna un nuovo umanesimo che eticamente possa guidare il progresso tecnico-scientifico in una direzione umana. Attualmente si sta interessando al pensiero dell’“anti- filosofo”, per dirla con Badiou, Ludwig Wittgenstein.

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