Tendopoli di San Ferdinando: un’altra tragedia, un’altra morte, lo stesso posto

Tendopoli

È la notte tra il 26 e il 27 gennaio, siamo a San Ferdinando, nella tendopoli di cui molti parlano, ma che pochi conoscono. Qui, in questo non luogo e in questo tempo si è consumata l’ennesima tragedia: un incendio, il terzo in un anno, che ha distrutto la tendopoli con il risultato di un morto e due feriti. Lei, la vittima, una donna nigeriana di 26 anni. Si trovava da pochissimo tempo a sopravvivere (viste le condizioni del luogo, il termine abitare sarebbe inadeguato) nella tendopoli/baraccopoli di San Ferdinando, dopo aver ricevuto un rifiuto alla sua richiesta di asilo politico ed essere stata costretta, per questioni burocratiche, a lasciare la sua casa a Riace.

Un triste destino, che in questo caso è toccato a Becky Moses (così si chiamava la vittima), che è toccato ad altri anche se in modi diversi (torna in mente la morte di Sekine Triore nel 2016), che ha un solo filo conduttore: la prevedibilità dell’evento.

Perché l’evento era prevedibile e, in un certo senso, inevitabile?

Facciamo un passo indietro: nell’ultimo anno è stata creata la tendopoli dei pochi “fortunati” ospitante 500 persone e accessibile solo a chi è in possesso di regolare permesso di soggiorno; di fronte ad essa sempre la vecchia tendopoli, quella degli “sfortunati” (un ghetto nel ghetto), fatta di vecchie tende, baracche, priva di servizi, energia elettrica e acqua, ospitante 2000 persone considerate fantasmi per lo Stato italiano.

Questa soluzione è stata attuata a seguito di un’altra tragedia… un altro incendio! È l’estate 2017 quando la tendopoli (all’epoca ve n’era una sola), costituita da vecchie tende del Ministero dell’Interno, che dovevano essere utilizzate solo come sistemazione provvisoria, e circa 200 baracche in legno e cartone, brucia. In quei giorni tutta la Calabria brucia, e con essa brucia per l’appunto la tendopoli, con la sua spazzatura e i pochi averi delle migliaia (circa 2000) di rifugiati che lì avevano creato un microcosmo, con i suoi equilibri e la sua parvenza di vita organizzata. L’attesa dei soccorsi è tanta (circa tre ore, stando ai racconti di chi ha vissuto in prima persona l’accaduto), la rabbia e la disperazione aumentano proporzionalmente all’aumentare dell’attesa. Il risultato è molta tensione, alcuni si ribellano per l’intervento tardivo dei soccorsi, ma nulla riporterà nell’immediato l’illusione di normalità che si erano creati. Da quest’evento passano i giorni, le settimane, i mesi, tutti promettono sistemazioni e condizioni migliori, cambiando l’ordine degli addendi, però, il risultato non cambia: viene costruita, come già detto, una nuova tendopoli di fronte ai resti della vecchia, sempre lì dove l’occhio del cittadino comune può evitare di guardare e indignarsi, in quella via che si trova dietro l’angolo, girato il quale ti lasci alle spalle la normalità del “tipico” paese calabrese e ti immergi in una Sin City fatta di prostitute costrette a battere le strade fin dalle prime ore del mattino, spazzatura, ragazzi di colore che corrono in bicicletta per andare a farsi sfruttare per guadagnare qualche euro e povertà estrema.

Come si è arrivati a tutto ciò? Io a questa domanda non so dare risposta, la situazione migranti e tendopoli la ricordo sempre così. Ricordo però, anche, tante parole, tante date. Ricordo ad esempio che il 7 gennaio 2016 il presidente della regione Calabria, Oliverio, dopo aver fatto visita alla tendopoli di San Ferdinando, aveva affermato che la situazione della tendopoli era “non degna del vivere civile” e che perciò sarebbe stato necessario agire al più presto per dare dignità a quel luogo e a chi lo abitava. Nello stesso giorno Oliverio aveva anche affermato di aver concordato con il prefetto di Reggio Calabria (dottor Sammartino) un percorso per fronteggiare l’emergenza ed attivare un intervento umanitario. Ricordo che un anno dopo nulla era cambiato, anzi… la situazione era forse addirittura peggiorata, tanto che io, dopo una visita fatta alla vecchia tendopoli, colpita dal terribile scenario che mi ero trovata di fronte, decisi, in accordo con il gruppo Amnesty International (Palmi) di cui faccio parte, di scrivere una nota stampa per denunciare il fatto che le condizioni di vita all’interno della tendopoli di San Ferdinando fossero disumane. Cito la nota stampa del 16.01.2017: «Cumuli di spazzatura circondano all’esterno il campo e ne riempiono l’interno, carcasse di animali giacciono in mezzo alla spazzatura, il fango è ovunque e (stando a quello che ci hanno riportato alcuni “abitanti”) la fornitura di elettricità non è sempre costante. Questi e altri problemi rendono poco o per nulla dignitosa la sopravvivenza all’interno della tendopoli.

Chiediamo alle istituzioni competenti che venga preso atto di ciò e che si provveda affinché si crei un’alternativa umana e dignitosa per le persone che per i più svariati motivi sono costrette a vivere in questo luogo di non-umanità».

A distanza di un altro anno nulla è cambiato, arriviamo così a gennaio 2018, arriviamo ad oggi, tempo in cui piangiamo di nuovo, per un’altra vittima scaturita da una situazione di disperazione cronica. Una situazione protratta negli anni, denunciata da molti proprio perché già scenario di tragedie fisiologiche di quelle condizioni. Una situazione in cui si vive di stenti: il cibo è poco, l’igiene è inesistente, i beni primari sono centellinati e il freddo è tanto. Per sopravvivere a questo bisogna ripararsi o, in mancanza d’altro, scaldarsi col fuoco…

Foto di Fabio Itri/Ulixes Picture

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  • Nasce a Palmi, cittadina della Calabria Sud. Dopo gli studi al DICAM di Messina, tra ermeneutica e politica, decide che è il momento di entrare in contatto con altre realtà. Ha avuto la fortuna di recitare nel film Mediterranea di Jonas Carpignano e di lavorare nel suo successivo film, A Ciambra. Grazie a queste esperienze vede il mondo come non l'aveva mai visto. La voglia di "tastare" tutto ciò che il mondo ha da offrire, la porta a vivere in Romania e a girovagare in autostop nell'est Europa. Adesso si è fermata nel cuore della Pianura Padana perché è lì che insegna, ma è sempre pronta ad armarsi di zaino in spalla e partire!

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