Star Wars e la nuova estetica del potere: le sfumature di grigio della Forza

Star Wars Ultimi Jedi

Quale rappresentazione del potere si evince dall’estetica di Star Wars: Gli ultimi Jedi? In un articolo del 22 dicembre apparso su la Repubblica dal titolo: USA: L’estrema destra contro gli ultimi Jedi, è riportata la notizia di una petizione online contro la deriva femminista che la nuova produzione Disney avrebbe imposto agli ultimi capitoli della celebre saga. Certo, i richiami ad un ampio retroterra femminista ci sono. E non solo nei ruoli di protagonismo assegnati alle donne, ma anche per i valori che attraverso questi vengono veicolati. Uno su tutti, il principio della cura contro ogni eroismo machista, che sarebbe ampiamente approvato, ad esempio, da femministe come Adriana Cavarero. Una sorta di Resistenza anti-eroica suggellata dalla frase finale, forse un po’ stucchevole ma ugualmente incisiva: «Noi non vinceremo uccidendo ciò che odiamo, ma salvando ciò che amiamo».

Lasciando da parte, però, rimostranze tanto patetiche, bisogna ammettere che gli ultimi due episodi della saga stellare fanno discutere, nonostante siano oggettivamente meglio girati ed interpretati dei tre prequel. Mi viene da pensare che sì, in effetti, alle destre reazionarie e ai nuovi fascismi l’ultimo Star Wars non potrà mai piacere e che per motivi simili, sebbene contrapposti, forse, anche i fan più affezionati alla vecchia saga non potranno che restare ugualmente perplessi. Tutto ciò può essere ricondotto alla rappresentazione del potere che, in questo film soprattutto, cambia radicalmente.

Tale mutamento è, non a caso, affidato a e incarnato dal personaggio di Kylo Ren, o Ben Solo — interpretato dal bravo Adam Driver — anch’esso non a caso, forse, amato quanto odiato dagli appassionati vecchi e nuovi.  Kylo Ren — nient’altro che un ragazzo che ha ereditato un potere immenso che sostanzialmente non sa gestire e di cui forse non sa cosa fare, come dice nella sua vivace recensione al film Victor Laszlo — è un personaggio nietzscheano. Non tanto per la volontà di potenza, ma per la necessità di rompere con il passato. Il primo problema che deve affrontare e da cui è costantemente condizionato è quello dell’eredità, che poi è il problema del regista stesso. Come scrivere una storia oltre la storia? Come andare avanti sotto il peso di una storia tanto “monumentale”? Ci troviamo di fronte a un personaggio che incarna i dubbi di chiunque si trovi a riprendere una saga celebre, gloriosa, dopo quarant’anni: cosa si può dire di più? E cosa di nuovo? Come si fa a scrivere una nuova storia? Se Il risveglio della forza si dibatte ancora in questo interrogativo, L’ultimo Jedi sembra segnare una svolta.

La risposta del personaggio alle domande sopra accennate corteggia la Seconda Inattuale di Nietzsche: dichiara esplicitamente, infatti, che il suo intento è quello di uccidere il passato. E se il parricidio non sembra più esser lo strumento migliore in tal senso, essendo a sua volta immerso in una lunga tradizione, seppur come minaccia inconscia e possibilità sperata — cosa che accade anche nella trilogia storica —, di più sembra avvicinarsi al risultato con l’uccisione di Snoke, personaggio decrepito nell’aspetto come nella funzione. Incarnazione di un’autorità assoluta e un potere distante e inavvicinabile; simile a quello del vecchio Impero: letteralmente superato.

Alla figura di Kylo Ren, figlia di un eredità enorme da cui è anche oppressa, che vuole allo stesso tempo raccogliere e rigettare, possiamo affiancare, senza uscire dalla metafora nietzscheana ispirata alla celebre Seconda Inattuale, quella speculare della protagonista Rey che incarna invece l’oblio: senza origini, senza storia, né passato né futuro. Rey è libera di reinterpretare la tradizione che intanto brucia insieme ai volumi custoditi nell’ultimo tempio Jedi.

Ma, sopra tutti, il momento di frattura con il passato e con l’eredità ingombrante della storia, forse, è racchiuso con singolare potenza in una scena che, probabilmente, vale tutto il film: quella della rottura della maschera. Kylo Ren, che inizialmente vuole seguire le orme del potente nonno, riesumandone la celebre maschera, in uno scatto d’ira e di rifiuto, la fa a pezzi; distruggendo così l’intera iconografia del passato. Da quel momento in poi, la rappresentazione impersonale, inumana del potere — e, in questo caso, anche del male —, tipica dell’Impero, è infranta. L’impero dei totalitarismi è finito, così come quello dei due blocchi monolitici e contrapposti della Guerra Fredda, che a sua volta aveva già sbriciolato l’autorità verticale degli Stati-Nazione; e, di conseguenza, la sua rappresentazione estetica. Il potere diventa visibile e comunicativo, dialogabile e condivisibile nella misura in cui interagisce con la controparte — infatti, Kylo Ren nel film è costantemente in contatto con Rey. Potere dal volto umano e dalla caratteristica affettiva. Nuova immagine del potere comunicativa, dunque, in qualche modo “mediatica”.

Con buona pace dei destrorsi per un motivo e dei fan più affezionati per un altro, non c’è più posto per la maschera di Darth Vader così come «non esiste più un Palazzo d’Inverno da assaltare» (M. Foucault, La volontà di sapere). Ci piaceva tanto quel potere monolitico e assoluto, a cui sottostare senza riserve o a cui rivoltarsi senza altrettante riserve. Resta la nostalgia di un mondo in bianco e nero, ma nella nuova epoca anche la Forza si tinge di grigio.

 

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  • Nata a Messina, ma con contaminazioni calabresi da parte di padre e Arbreshe da parte di nonna; ama vivere sospesa tra le due sponde dello Stretto, mescolando l’intima e continua confidenza con il mare, con le memorie d’infanzia legate alle campagne tra Crotone e Catanzaro. Si occupa di antropologia filosofica e fenomenologia tedesca, con un focus ossessivo sul corpo e l’intreccio tra biologico, esistenza e pensiero che esprime. Si allena ad osservare il mondo tramite il giornalismo, la pittura ed escursioni in vari continenti.

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