Quando la filosofia diventa romanzo. Intorno a “Il tempo degli stregoni”

filosofia

La filosofia, quando si riduce ad erudizione o peggio semplice professione, diventa per lo più una sorta di club chiuso al mondo esterno e alla realtà storico-sociale. Un circolo, per lo più radicato all’interno di una comunità accademica autoreferenziale. I componenti di questa sono inoltre di frequente troppo impegnati in una spasmodica gara a chi pubblica di più ai fini della propria posizione accademica.

Spesso capita anche che questi finiscano per estraniarsi dalla realtà storica e sociale nella quale si trovano a vivere, facendo della filosofia appunto una questione di specialismo, di una professione, intesa nel senso peggiore del termine.

Non è questo il caso di Wolfram Eilenberger, autore del libro Il tempo degli stregoni.

Una stupenda biografia filosofica di quattro pensatori fondamentali del Novecento: Martin Heidegger, Ernst Cassirer, Ludwig Wittgenstein e Walter Benjamin.

Vengono descritte le loro vicende sullo sfondo della fragile Germania di Weimar, che ha “subito” l’imposizione della democrazia da parte delle potenze vincitrici il primo conflitto mondiale.

Mentre quest’ultima si sgretola lentamente, viene descritto un tranquillo e imperturbabile Cassirer, classico professore accademico, convinto repubblicano e sostenitore della possibilità della civile convivenza tra ebrei e tedeschi.

Fa davvero un certo effetto immaginarlo continuare a studiare con il libretto in mano dentro tram strapieni di gente, come a simbolo della calma olimpica e stoica del saggio.

Eilenberger descrive le vicende dei quattro eroi in modo molto appassionante e per nulla distaccato.

Così seguiamo le vicende dei quattro pensatori quasi con affetto, come fossero nostri contemporanei.

E se Cassirer accetta con piacere la tranquilla e monotona vita borghese, questa fa orrore invece ai tre restanti protagonisti.

Benjamin annuncia, contrariando il padre, di voler fare il critico. Heidegger, invece, vive tra le contraddizioni di un matrimonio borghese e la necessità di sfuggirgli eroticamente in relazioni extraconiugali.

E mentre Heidegger esalta la vita contadina come vita autentica in contrapposizione a quella borghese, seguiamo la scelta di Wittgenstein di rinunciare alla ricca eredità di famiglia per diventare maestro nelle scuole elementari.

Benjamin è invece campione dell’indecisione e nello stesso tempo maestro nel fare la scelta sbagliata al momento sbagliato. Convinto del fatto che la vera esistenza si attui nei momenti estatici in cui si spezza lo scorrere lineare del tempo.

La bellezza del testo è quella di trovare la freschezza di un romanzo, che riesce a comunicare anche al di fuori del pubblico specialistico della filosofia.

Vediamo Wittgenstein, Heidegger e Benjamin convinti di dover distruggere la modernità, fonte della crisi contemporanea, ciascuno a suo modo.

Heidegger sente su di sé quasi la missione sacra del filosofo solitario, che nell’abisso dell’angoscia scorge l’esistenza autentica e la fonte dell’autentico filosofare.

Wittgenstein, come Heidegger ossessionato dall’autenticità, rifiuta la costruzione di teorie filosofiche. Sono delle costruzioni lontane dal radicamento nella vita. Del resto «la filosofia non è una dottrina, ma un’attività»[1], recita la proposizione 4.112 del suo Tractatus.

Per tutte le domande di senso il linguaggio risulta impotente, il senso va vissuto, non teorizzato.

Il Mistico mostra sé nella vita. Tutto ciò che il linguaggio può dire è l’inessenziale, perché «persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati. Certo, allora non resta più domanda alcuna; e appunto questa è la risposta»[2].

Benjamin invece mescola il marxismo con i motivi escatologici della teologia ebraica, alla ricerca, come si è detto, di quella cesura storica e linguistica che possa spezzare la catena di decadenza iniziata con la modernità e con Descartes. Secondo Benjamin, non è l’uomo il possessore del linguaggio, ma, al contrario, è il linguaggio a possedere l’uomo.

Quello che rimane dalla lettura de Il tempo degli stregoni è una storia avvincente di questi quattro personaggi che il lettore può seguire con pathos in un climax ascendente fino alla fine.

Lo stile non è quello classico di un saggio scientifico-accademico ma un intreccio di letteratura e filosofia, un vero e proprio romanzo filosofico.

La lezione trasmessa, a mio avviso, costituisce proprio l’autenticità del filosofare, attività che coinvolge tutti, in un modo o nell’altro, all’interno delle vicissitudini della vita. Non riflessioni costruite su torri d’avorio, ma fondate sul nostro radicamento antropologico.

Seguendo i quattro eroi, il lettore può immedesimarvisi, respirando il fervore intellettuale che ha attraversato l’Europa all’inizio del Novecento.

 

[1] L. Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus e Quaderni 1914-1916, Einaudi, Torino 1998, 4.412.

[2] Ivi, 6.52.

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  • Nato a Reggio Calabria, laureato in Filosofia Contemporanea, al di là di dove vivrà effettivamente in modo stabile, porta dentro di sé l’amore per il Mezzogiorno e per lo Stretto. Si occupa principalmente di epistemologia post-positivistica e della complessità, di filosofia del linguaggio e della politica. Sogna un nuovo umanesimo che eticamente possa guidare il progresso tecnico-scientifico in una direzione umana. Attualmente si sta interessando al pensiero dell’“anti- filosofo”, per dirla con Badiou, Ludwig Wittgenstein.

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