Il 20% di Pannella per un’altra antimafia

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Che lezione ci arriva dall’eredità politica di Marco Pannella, in termini di lotta alla mafia e di promozione di un’autentica cultura dell’antimafia?

Davvero può la repressione giudiziaria bastare a sconfiggere le mafie? Da più parti ormai giunge una risposta negativa e si invoca, così, la cosiddetta soluzione culturale, una sorta di rivoluzione dal basso e comunitaria che, travolgendo i retaggi del passato, la plumbea tradizione di omertà e paura, possa finalmente compiere il miracolo della palingenesi.

Tutto giusto ed auspicabile ovviamente, ma da dove partire? Dalle scuole si dice, dal potenziamento del corpo docente nel Sud, dalla necessità di incidere sui ragazzi, sui giovani, su quei figli di ‘ndrangheta o di camorra che – si aggiunge – dovrebbero essere sottratti ai nuclei familiari, esclusa la potestà genitoriale, ed affidati a soggetti terzi; deportati in luoghi neutri, quindi, al fine di compiere, appunto, la rivoluzione necessaria.

Non sembrano però, al di là dell’utopia e della pianificazione ideologica, soluzioni queste davvero sostenibili, almeno nella forma comune nella quale sono offerte al dibattito pubblico.

Da una parte perché di insegnanti al Sud ce ne sono, e pure troppi, mentre il problema reale è la selezione di personale di qualità, cosa che, al netto dei concorsi riattivati – finalmente meritocratici, per il conseguimento della “cattedra” e non solo abilitanti – non è di certo avvenuta con il sistema di avviamento dei docenti attraverso le cosiddette graduatorie provinciali e, poi, ad esaurimento, premianti non il merito – mai valutato da alcuno – ma la caparbietà di rimanere agganciati per anni ed anni in liste, rinnovate periodicamente, ed infarcite di fantomatici, quanto onerosi, corsi on line di formazione, pressoché inutili ma capaci di fornire quel punteggio aggiuntivo utile alla scalata.

Per quanto riguarda, poi, le varie proposte di allontanamento dei bimbi dal nucleo criminale presunto mafioso, l’effetto sicuro di una tale impostazione statalista non sarebbe altro che quella di rinforzare il legame di appartenenza con un’origine obliata a forza e mitizzata come propria ed identitaria.

A fronte di tale rischio di rinforzo, appunto, si dovrebbero, invece, approfondire i paradossi di quelle – tante – coscienze scisse.

Una scissione, che gli insegnanti – quelli veri intendo, quelli che non si limitano nelle proprie ore di lezione alla fredda trasmissione di dati ma che affrontano anche i problemi sociali e spirituali delle terre di mafia – conoscono bene: è la scissione tra un apparato valoriale, quello trasmesso dalle istituzioni, dalla parrocchia, dall’associazionismo, che cozza radicalmente con quello offerto dalle famiglie di provenienza, con quello che respirano giornalmente a casa.

E tale scissione, quindi, va coltivata, questo paradosso approfondito, questa frattura estesa; solo il tarlo di una diversità possibile, di una vita estranea alle dinamiche del sopruso ed aperta a concetti quali sacrificio e merito può davvero influire sulle nuove generazioni, può portarle in contraddizione culturale con i “vecchi”, dare forza dirompente ad una ribellione interiore e liberante fatta di lacerazione, di dolore ma anche di risultati definitivi, altro che deportazione al Nord!

In realtà, a parte le illusioni palingenetiche studiate a tavolino e le rivoluzioni a freddo partorite dalla burocrazia ministeriale, nelle terre di mafia, anche dentro le scuole, ad opera, soprattutto, dei portatori di culture altre (i veri insegnanti, i veri educatori, i veri preti, le famiglie sane, le occasioni del mondo libero) qualcosa di sostanziale è cambiato.

Il flusso delle generazioni, il contagio virale di una onestà che non giudica ma propone, offre ed ascolta; la stessa possibilità di libertà, di iniziativa di movimento e crescita offerta dal capitalismo tecnologico, le tante idee in rete, lo spontaneismo intraprendente di tante menti globali alle prese con la confusa ma prolifica disamina delle domande di beni e servizi di un territorio, del proprio territorio – anche in questo tempo di crisi, o, proprio grazie a questo – hanno prodotto frutti buoni anche se non sufficienti.

E davvero nessuno ne può più di vessazioni, di minacce, dell’ingiustizia atroce di una libertà – anche d’impresa – concussa fino all’inverosimile.

Il coraggio borghese, bisogna riconoscerlo, viene anche da qui, e la reazione sempre più diffusa al racket del pizzo, alla rapina di ‘ndrangheta è sempre più di insofferenza, di opposizione ontologica benché non sempre “di piazza”.

Bisogna riconoscere, infatti, che il feudalesimo premoderno degli “uomini d’onore” è ormai risibile – magari in privato (ma è da questo che si arriva al politico, al pubblico) – ed essenzialmente goffo ed incomprensibile, nelle diatribe capziose che i capi sono chiamati a dirimere non senza difficoltà e compromessi, per gestire – come una burocrazia di autorizzazioni al commercio – un territorio che, nonostante l’internazionalizzazione, la delocalizzazione e la dematerializzazione del profitto legato alle droghe e all’assurdo proibizionismo che lo genera, non cessa di essere rappresentato come fonte di sovranità; un territorio vissuto come roba e latifondo, magari estraneo al vero business, ma ritenuto, da un punto di vista teologico-politico, originario, mitico, sorgente ctonia di potere.

Ed allora, proprio contro questa metafisica teologica, contro tale infuriare di poteri indiretti e guerre sacerdotali di matrice agraria, lo spirito borghese e laico, il turbo-capitalismo dei contatti, degli scambi e delle conoscenze on line che tanta parte hanno nella vita dei giovani, non hanno un effetto dirompente? Lo hanno eccome!

E, forse, laddove non può aver successo pieno la repressione penale, né la rivoluzione ideologica e comunitaria da tanto, troppo tempo idealizzata ed attesa, non potrà spuntarla l’anarchismo individualista? Quell’istintivo antistatalismo, l’essere proprio delle nuove generazioni refrattarie alle burocrazie pletoriche non si rivolge, oggi, – chissà in quali forme sotterranee, imprevedibili e non previamente razionalizzabili – anche contro lo Stato dell’antistato?

Contro un potere, ormai sempre più frammentato, scisso? Tutto è pronto, forse, perché dietro ai veri intraprenditori del Sud – ma non solo – si strutturi una nuova coscienza borghese, l’eroismo inintenzionale ma davvero produttivo dell’orgoglio per il proprio lavoro, geloso del successo ottenuto, della crescita delle aziende, della selezione dei lavoratori; pronto perfino – e finalmente – ad evadere il fisco del Vampiro mafioso, a violare le norme dei suoi regolamenti generanti povertà ed egualitarismo verso il basso, a scacciare dalla proprietà, dalla vita, dagli interessi e dalle relazioni gli emissari della sua politica non più dominante.

In tal senso, anche a scuola, sarebbe auspicabile condividere con i ragazzi (coinvolti in dinamiche familiari segnate da crimine e carcere) non l’odio per i padri (cosa impossibile da insegnare, almeno in un quadro generale di libertà estraneo a rivoluzioni culturali stile cinese) ma il loro superamento e tramonto: l’intraprendenza, il successo, l’impresa fattrice di modernità e progresso, infatti, non ha nulla a che fare con l’eredità dei padri, con l’appartenenza a corporazioni protette, con la vita facile di chi non ha sudato il proprio posto al mondo, di chi non sa cosa significhi spiccare il volo.

La borghesia (mi piace usare questo termine nel senso di Sergio Ricossa, ossia come vocazione dell’uomo a rapportarsi con l’altro, a crescere e a migliorare attraverso lo scambio) c’entra con l’intraprendenza dei singoli (soprattutto di chi non ha niente e ha fame di tutto), con la testarda opposizione al privilegio e al sopruso, con l’amore per le cose realizzate, con l’edificazione di iniziative libere di espandersi, capaci di successo, profitto e lavoro. Dopo i tanti eroi magistrati, poliziotti, preti e giornalisti, di questi eroi borghesi avremmo adesso davvero bisogno e, forse, di meno stigma sociale prodotto da una repressione statale – per carità giusta ed indispensabile – ma che, a livello culturale e spirituale, è incapace di ricadere definitivamente nel profondo di una società ferita – non solo dal sopruso mafioso – e bisognosa, innanzi tutto, di giustizia, di comprensione delle cause di crisi e di diritto alla conoscenza.

Non per nulla, il politico italiano per eccellenza estraneo al calcolo personale, all’interesse spicciolo ed aperto, nel solco del pensiero liberale, all’accoglienza non ghettizzante – intendo Marco Pannella – alle elezioni politiche a Platì, nel 2013, in Calabria quindi, ottenne il 20% dei consensi; così come buoni risultati ottenne a San Luca ed Africo.

Tutti mafiosi alle prese con il 41 bis che speravano nell’Amnistia predicata a colpi di digiuni da Pannella? Non credo, non mi rassegno; credo invece che il leader radicale fu compreso più dai figli che dai padri, da quegli spiriti alle prese con la rivolta delle coscienze. Ed allora, che senso ebbe, che senso ha ancora, quel 20% se non quello del tragico appellarsi ad una giustizia altra ed alta di cui ci ha tanto parlato anche Corrado Alvaro? Una giustizia eroica e finalmente popolare davvero antimafia, davvero endogena e non incistata a forza.

 

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  • Giurista e dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia sta in equilibrio tra attività di vigilanza in materia di lavoro e la ricerca nell’ambito della teologia-politica. Di Reggio, vive a Villa San Giovanni dopo aver girovagato soddisfatto tra Parma e Venezia.

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