“MDLSX” dei MOTUS : l’amore è fortissimo e il corpo no

Post Image
Post Image
Post Image

MDLSX dei MOTUS approda al teatro Morelli di Cosenza grazie al progetto “More”, da sempre portatore di novità in fatto di teatro sperimentale e che offre pezzi rari che resistono all’appassimento del panorama culturale italiano.

L’impressione iniziale, scorgendo tutti gli oggetti posti sul lungo tavolo, è quella di assistere ad un’ultima cena o ad un pranzo di ferragosto appena terminato; finché non fa il suo ingresso l’unico commensale, rimasto solo a raccogliere quel che resta di una scena familiare: brandelli di un’esistenza complessa, memorabilia di una vita che evolve, cambia, diviene nel suo eterno divenire. MDLSX (regia di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò) mescendo elementi di vj/dj-set, monologhi, citazioni letterarie, inonda la platea di ricordi, filmati di infanzia, di adolescenza dal gusto spontaneamente rétro perché assolutamente veritieri.  La scelta delle musiche è una vera e propria tracklist da vecchia musicassetta, quelle compilation in cui pezzi scelti si alternavano a monologhi spassionati per il dedicatario.

Silvia Calderoni ci dedica così i suoi ricordi (realmente autobiografici), con parole, citazioni da Middlesex di Jeffrey Eugenides, teorie e manifesti queer (Haraway, Butler, Preciado), immergendoci in una nuvola di lacca mentre balla nell’intimità della sua stanza. Sin dall’inizio la protagonista ci dice chi siamo noi: siamo la madre che filma i suoi pargoli, il cui occhio compare nell’inquadratura per controllare quanta pellicola rimane, siamo il dottore che la mette in posa per stabilire il suo sesso, il suo genere; siamo anche i guardoni che scrutano nella vasca d’acqua dove i freaks nuotano, esposti al devoto ludibrio di perversioni illimitate. Rivolta di spalle, vediamo la faccia di questa stramba creatura solo quando si riprende attraverso una piccola telecamera, la fissiamo solo quando questa immagine è proiettata in un cammeo incastonato sullo sfondo. Il “mostro” a figura intera compare di volta in volta non appena ruota verso di noi: un corpo senza genere, indefinibile nelle fattezze anatomiche, grazie ad un sapiente gioco di luci che alimenta l’interrogativo morboso del “sei uomo o sei donna?”.

Perché questo corpo dovrà pur appartenere a qualche categoria, a qualche sottogruppo preciso, avrà di certo una definizione stabile che riesca a tranquillizzarci; le risposte sono mediate dalla giustapposizione di teorie politiche, derive estetiche, interviste scomode, e la percezione si confonde tra Alejandro Jodorowsky che incalza con le sue domande a Beatriz (prima di divenire Paul) Preciado e questo corpo magro “da cane da caccia”, che danza frenetico e smanioso di parlare, di toccare. Ogni traccia musicale fa da guida in mondi sempre differenti nel tempo e nello spazio. I bordi di una dimensione non coincidono mai con quelli dell’altra, ma ognuna ne è la naturale involuzione. Gli oggetti di scena, i resti della cena, vengono composti e scomposti, la creatura veste sempre abiti nuovi, muta in continuazione e lascia dietro di sé l’involucro come traccia del suo cammino; recalcitrante ad essere definita, odia e brama allo stesso modo una pelle diversa, comoda e forse appagante. Si trasforma persino in una cyborg-sirena dalla coda cangiante, che nuota sul fondo di una vasca (di cui sopra) dove i rumori sono ovattati e i bordi sfumati, ricordando Ermafrodito aggredito in acqua dall’amore della ninfa Salmacide, un amore insopportabilmente forte.

MDLSX crea figure mitiche, icone di pensiero che difficilmente si politicizzano per sussumersi in qualcosa di più “alto”, più teoretico, ma che invece fanno della vera e propria pragmatica dei sentimenti. Emozioni legate ad un corpo che non ha genere, che non vuole porsi come politico ma che finisce per farlo a causa dell’esigenza inutilmente umana di rientrare in un “noi”. Un corpo percorso da una tensione interna tra apollineo e dionisiaco che finisce per stravolgerlo, indebolirlo; un corpo che in ultimo rivede nostalgico il ricordo di sé stesso che danza col padre, esausto si concede alla dolcezza della rimembranza e il suo amore rimane fortissimo (come canta Nada, traccia che inserisco personalmente nella già stupenda compilation della performance). Il sentire di ognuno diventa a questo punto corale, univoco nella commozione e nello scrocio di applausi.

Foto : ©Nada Zgank
Fonte: https://www.motusonline.com/mdlsx/

Tags:

  • Giovanni Barberio (1990) studente di filosofia, appassionato di cinema, libri e montagna. Ha a cuore il movimento queer e la battaglia per i diritti civili, sempre aperto al confronto fruttuoso ma si stanca subito dei cliché e delle opinioni all’acqua di rose. Vive nel cuore della Sila insieme ai lupi ma si ciba solo di bacche e radici.

    • Mostra commenti

    Il tuo indirizzo mail non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono segnati con *

    commento

    • Nome

    • E-mail:

    • Sito web

    Per la tua pubblicità

    Potrebbe interessarti anche

    Devilman Crybaby

    Devilman Crybaby: l’anime poco giapponese di Masaaki Yuasa

    Devilman (Debiruman, デビルマン) turbò per la prima volta l’immaginario italiano all’inizio degli anni mttanta, ...

    “The Disaster Artist”, l’insospettabile incanto della bruttezza

    The Disaster Artist è un piccolo capolavoro. Un gioiello cinematografico che riesce a portare ...