La destra che manca

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Strano fenomeno quello della nostra destra nazionale; strana evoluzione quella degli epigoni italici degli intellettuali contro-rivoluzionari e papisti alle prese con il perfettismo gnostico della rivoluzione francese, dei borghesi elitari e liberali che realizzarono l’Unità, dei rivoluzionari e conservatori allo stesso tempo di inizio Novecento, dei nazionalisti irredentisti, dei futuristi e dei fascisti.

In effetti, basta solo enumerare le tante fonti che caratterizzano la scaturigine delle tante destre nostrane per comprendere come lo sviluppo di tali posizioni non potesse essere davvero né unitario, né unidirezionale.
Nonostante questo, però, va seriamente analizzato il perché – oggi, nel 2018 – possiamo ben dire fallito il nobile tentativo di realizzare uno svolgimento liberale e conservatore della nostra destra.
Ed è vero che nelle altre nazioni europee o negli Usa, il pensiero conservatore e popolare, strutturato da decenni in forti partiti storici, è in crisi e subisce l’aggressività identitaria e semplicistica delle nuove destre populiste e demagogiche, ma ciò che si è realizzato in Italia, cioè l’eclisse totale di una prospettiva repubblicana, schiettamente borghese e conservatrice, è francamente sconfortante. E ciò perché Merkel e May governano comunque i loro paesi, Macron in Francia realizza con successo un’operazione centrista e negli Usa il Partito Repubblicano, pur subendo Trump, mostra la forza e le idee giuste per non arrendersi alle peculiarità protezionistiche del Tycoon di passaggio.

Nella Prima Repubblica tale “assenza”, come per altri versi l’assenza di una prospettiva social-democratica egemonica, fu compensata dall’eccezionalità di un partito/stato quale era la DC che tutto componeva in se stesso. Una vera e propria complexio oppositorum ecclesiastica che, nel concreto, nella prassi, nelle politiche realizzate, rappresentava al meglio proprio quelle posizioni liberali, occidentali e democratiche culturalmente minoritarie. E le realizzava sotto l’egida feconda e complessa del cattolicesimo democratico nemico di ogni estremismo teso alla realizzazione di fantomatici, quanto escludenti, paradisi terrestri.

E pure, anche in quegli anni difficili, nel lungo dopoguerra caratterizzato progressivamente dal consociativismo, dalla spartizione del potere all’interno del Sistema partitocratico e dalla correlata politica del c.d. “Arco costituzionale” che emarginava il MSI addirittura dalle consultazioni per formare i governi, proprio all’interno del mondo post-fascista cominciarono a strutturarsi sin da subito posizioni filo-atlantiche, borghesi, moderate e pluraliste che, divenute più volte maggioritarie in quel mondo, nonostante non pochi salti indietro e velleità spiritualistiche, condussero progressivamente alla svolta di Fiuggi del 1995, alla nascita di AN, al viaggio a Gerusalemme del suo presidente Fini, alla genesi e formazione – purtroppo incompiuta e ormai fallita – di una forza maggioritaria di matrice apertamente conservatrice.

Fu la segreteria di De Marsanich nel MSI – e la svolta moderata, filoamericana e coalizionista in senso anticomunista – a spingere Pio XII, nel 1952, ad appoggiare la cosiddetta operazione Sturzo, il tentativo cioè – da posizioni liberali e cattoliche – di contrastare la possibile vittoria alle amministrative di Roma del Fronte democratico popolare, attraverso un’alleanza strategica tra DC, destra e monarchici. L’operazione come è noto fallì per l’opposizione di De Gasperi – e probabilmente per molti versi fu un bene, soprattutto per la DC che continuò così a conservare la sua preziosa natura complessa e paradossale – ma contribuì comunque all’espansione di un nuovo MSI che aveva ottenuto l’appoggio di una parte del ceto medio, moderato e borghese. Un appoggio sollecitato anche dall’uscita dal partito degli esponenti della corrente di sinistra repubblichina e corporativa.

Successivamente le cose mutarono di nuovo e, dopo il borghese Michelini, la segreteria di Almirante, nel ’69, riportò nel partito Rauti e i suoi sinistri, ma nel concreto dello sviluppo ideologico della destra nazionale, nonostante le mille contraddizioni degli anni Settanta, dei movimenti giovanili, degli scontri di piazza e delle P38, la politica del MSI – proprio con Almirante – svoltò decisamente verso una normalizzazione del partito, verso l’esigenza sentita da tantissimi moderati di dar vita ad una chiara coalizione democratica e nazionale che si opponesse decisamente, all’interno della scelta atlantica, alle sinistre.

Gli anni ’70, tra l’altro, furono gli anni di tentativi come quello della Costituente di destra per la libertà voluta sempre da Almirante nel 1975, ed alla quale aderirono in funzione anticomunista anche personalità antifasciste e, ancora, tentativi come quello dell’Eurodestra nelle elezioni europee del 1979.
Tutti progetti motivati dall’esigenza di uscire dall’isolamento ideologico cui si erano autocondannati gli eredi culturali del fascismo e fondati sull’intuizione – squisitamente liberale – che il nemico da battere non era la democrazia e lo stato di diritto, né il mercato e la competizione economica con la sua sana dialettica tra impresa e lavoro, ma la forza – non solo ideologica ma di governo e di potere – di un neo-marxismo che, ancora in quegli anni, nonostante Mosca e le perversioni del Socialismo reale, non rinunciava al proprio apparato ideologico e alla propria prassi e dava vita all’Eurocomunismo con mire egemoniche.

Figlie dell’intuizione moderna di Almirante furono, in seguito, la segreteria di Fini, il ruolo strategico di Domenico Fisichella e del suo progetto – a fronte di una possibile Alleanza Democratica dei progressisti – di una Alleanza Nazionale (e siamo nel 1992) come casa unica per liberali, repubblicani e cattolici.
Furono gli anni, come è noto, degli esiti politici del crollo del muro, della fine delle ideologie escludenti, della fine della storia preconizzata da Francis Fukuyama, della deriva giustizialista della sinistra italiana, del berlusconismo, del centrodestra, del viaggio del presidente Fini in Israele, quello in cui – e siamo a fine 2003 – con la kippah in testa, durante la visita allo Yad Vashem, parlò del fascismo come “male assoluto”.

Sono passati quindi 14 anni, e tanti sono stati gli errori commessi che hanno compromesso l’esito di questo percorso, la definitiva transizione alla normalità della nostra destra, quel “ritorno al futuro” ad una neo-destra storica e risorgimentale che potesse finalmente realizzare, anche in Italia, una necessaria e seria alternativa al progressismo, all’interno di un quadro condiviso di ideali costituzionali quali libertà e giustizia.
Così, è evidente, non è stato. E grande è stata la responsabilità di Berlusconi, incapace solo di pensare al proprio transito e di canalizzare positivamente l’evoluzione politica in corso per realizzare – da destra – l’agognata rivoluzione liberale e non solo le vittorie elettorali.

Infine, fu il movimentismo pentastellato collettivista e sinistrorso, il salvinismo corporativo e protezionista ed una piccola destra, a guida Meloni, che rincorre gli uni e gli altri sotto il baluardo dello sproposito esterofilo e “sovranista” del tardo lepenismo, di Trump e della fascinazione pro Putin.
Molto si ragiona e si scrive sulla eredità di Almirante e lo stesso si fa sulla doppia (o tripla) natura del MSI, come doppia è stata la natura di ogni rivoluzione conservatrice, ma sul punto, sulla mancata composizione di una forza moderna davvero capace di governare il nostro Paese abbandonando le velleità ideologiche del semplicismo radicale e manicheo, per accogliere in pieno l’eredità liberale del nostro Risorgimento, dell’orgoglio unitario d’una nazione composita che si vuole libera e giusta ad un tempo, vale quanto affermato (dal suo punto di vista in senso negativo) dal “rivoluzionario” Rauti, dopo il congresso di Fiuggi, in tante interviste ed interventi pubblici e che possiamo così sintetizzare: a Fiuggi, con la nascita di Alleanza Nazionale in un quadro politico condiviso di alleanza democratica e liberale, gli eredi di Almirante hanno ammesso pubblicamente quello che i socialisti mussoliniani, i rivoluzionari corporativisti, i repubblichini nazionalpopolari hanno sempre sostenuto, e cioè che il “fascismo di destra” non è fascismo, e non lo è mai stato, è solo destra… ed è proprio questa destra che oggi manca.

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  • Giurista e dottore di ricerca in Metodologie della Filosofia sta in equilibrio tra attività di vigilanza in materia di lavoro e la ricerca nell’ambito della teologia-politica. Di Reggio, vive a Villa San Giovanni dopo aver girovagato soddisfatto tra Parma e Venezia.

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