Dipendenza d’amore: alla scoperta dell’amae

amae

L’amore è in qualche modo una guerra — una guerra di dipendenza. La domanda d’amore più chiede: «Puoi fare a meno di me?». Accendere il desiderio nell’Altro, come insegna Jacques Lacan, significa stanare la mancanza al centro del partner relazionale.

Il significato della dipendenza può illuminarsi però di nuova luce guardando agli studi di uno psicoanalista giapponese, Doi Takeo, autore di un volume, Amae no Kōzō (pubblicato nel 1991 in italiano da Raffaello Cortina col titolo Anatomia della dipendenza). Amae (甘え) è un termine giapponese difficilmente traducibile, che si può provare a rendere con «il desiderio di essere viziati», «il bisogno di dipendere dall’altro», «il confidare nella benevolenza altrui». Si tratta di un concetto che, seppur riconducibile a dinamiche antropologiche e sociali proprie della cultura giapponese, può gettare nuova luce sulla visione psicoanalitica della dipendenza. Per constatazione reciproca di Michael Balint, psicoanalista ungherese, e dello stesso Doi, il costrutto balintiano di amore passivo d’oggetto e quello di amae sono per larghi versi sovrapponibili.

È interessante notare come attorno all’amae sia possibile accendere una costellazione linguistica che è anche un arcipelago di dinamiche psichiche. Il negativo dell’amae, capace di attivare quello che Lacan definirebbe «odiamorazione», è il verbo uramu, il risentimento che nasce dalla frustrazione del bisogno di dipendenza: tu non mi dai ciò che desidero e io covo un sordo rancore nei tuoi confronti.

La gamma di reazioni alla frustrazione della domanda d’amore è molteplice: si va dalla gelosia (higamu) che si accompagna al pregiudizio, al timore del rifiuto (kodawaru) che porta alla ritrosia e all’esitazione. Il bisogno d’amore (o la dipendenza) può anche essere negata, nascosta sotto il velo del pudore, o della vergogna per il proprio egoismo (tereru). Si tratta comunque di non mostrare il fianco all’altro, rendendogli pan per focaccia ed evitando di presentarsi come la parte debole cioè di mettersi in “posizione down”. Quello che potrebbe sembrare un atteggiamento capriccioso e infantile, e che in effetti è associato, nella società giapponese, alla particolare indulgenza nell’educazione verso i bambini, particolarmente viziati in tenera età nel Sol Levante, è in realtà una strategia per accattivarsi i favori dell’altro messa in atto a qualsiasi età.

In quest’ottica, mostrarsi dipendenti significherebbe occupare il posto di chi sta perdendo il controllo sulla relazione, essere cioè la parte che rischia di venire abbandonata da un Altro connotato invece come onnipotente e frustrante, ossia inappagante. Nella logica dell’amae, occorre dunque colpire per primi, sfidare provocatoriamente (futekusareru), opporsi in maniera recalcitrante (hinekureru), in altre parole giocare alla roulette russa con l’amore e fingersi indifferenti alle conseguenze, richiedere in maniera manipolatoria e poi mostrarsi smorfiosamente incontentabili.

Questo atteggiamento sfidante potrebbe però andare a nozze con l’amore, purché, di volta in volta, l’altro provocato sappia accogliere il guanto di sfida e canalizzare l’aggressività in eccesso, come il vuoto accoglie il pieno, senza fare mai rappresaglie, come insegna Donald Winnicott. L’arte marziale dell’amore ci invita a contenere l’energia dell’avversario e trasformarla, come nel controtransfert terapeutico, in qualcosa di differente, di più assimilabile e digeribile. Come masticare il cibo al posto del partner inappetente o indebolito per poi imboccarlo. L’alimento emotivo è proprio l’odiamore, l’altalena di emozioni, di amore e di aggressività, quasi una “patata bollente” che gli amanti si palleggiano per renderla più tiepida e “consumabile” senza il rischio di “ustioni” affettive.

L’accettazione dell’ambivalenza nei sentimenti umani, ben illustrata da Melanie Klein, segna il passaggio verso una considerazione più integrata del nesso tra distruttività e dipendenza. La vita amorosa può infatti trascorrere tra mille piccoli accidenti: broncio, sfide irresponsabili, moine per ingraziarsi il partner (toriiru), richieste di favori (tanomu) che, in fondo, sono una domanda di tenerezza. Il tutto filtrato dal pudore, salvo esplosioni di spudoratezza, parate erotiche dissimulate e veleno edulcorato. Ci si prefigura il peggio, ma si prega perché tutto vada bene. La “guerra amorevole” è una messinscena, per un pubblico che poi si riduce, essenzialmente, ai due partner. Tutto il resto è un riflettore e un riflesso, ma il bersaglio è sempre unico: il lavoro di conquista dell’altra metà della mela, per fare di due uno. Ut unum sint.

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  • Nato a Reggio Calabria, si è formato nell’area dello Stretto, coronando la sua formazione con un Ph.D. in Metodologie della Filosofia presso l’Università di Messina. Pop-filosofo di osservanza deleuziana, si occupa di estetica, psicoanalisi e filosofia della cultura di massa, con diverse pubblicazioni al suo attivo. Fa parte del comitato editoriale della rivista internazionale Mutual Images.

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