Devilman Crybaby: l’anime poco giapponese di Masaaki Yuasa

Devilman Crybaby

Devilman (Debiruman, デビルマン) turbò per la prima volta l’immaginario italiano all’inizio degli anni mttanta, quando l’anime del 1972 della Toei Dōga approdò sulle emittenti locali nostrane, in pieno anime boom.

L’accattivante sigla di Riccardo Zara cantata dai Cavalieri del Re («Là sull’Himalaya / nella fredda notte buia / misteriosi riti di sacralità») faceva da preludio a quella che in realtà era una versione addolcita e infantilizzata del coevo (1972-1973) capolavoro manga di Gō Nagai, ospitato in origine sulle pagine della rivista di casa Kōdansha Weekly Shōnen Magazine, e recentemente ripubblicato in Italia da J-POP in versione omnibus e in cinque volumi.

Nei tardi anni Ottanta, un adattamento OAV, cioè riservato all’home video, che all’epoca significava essenzialmente VHS, riprese (molto) più fedelmente il manga di Nagai, con un character design (ad opera di Komatsubara Kazuo) e un’animazione (affidata allo studio Oh! Production dello stesso Komatsubara) improntate ad un realismo esasperato, ben oltre la stessa impronta grafica nagaiana, dal tratto per certi versi grezzo e a momenti caricaturale.

Dopo diversi spin-off e rivisitazioni al femminile della figura dell’uomo diavolo, giunge infine in questo 2018 Devilman Crybaby, tecnicamente rientrante nella categoria degli ONA, ossia l’animazione pensata per la diffusione via internet. Si tratta di una serie affidata dal gigante dello streaming Netflix allo studio Science SARU e diretta da Yuasa Masaaki, tra i fondatori dello stesso Science SARU assieme a Choi Eun Young.

Yuasa, geniale regista già ammirato in The Tatami Galaxy (serie animata del 2010), in The Night is Short, Walk on Girl (lungometraggio animato del 2017) e in Lu Over the Wall (altro film d’animazione dello scorso anno), ha diretto Devilman Crybaby, prodotto da Choi Eun Young e sceneggiato da Ōkōchi Ichirō, mantenendo fede alla sua cifra stilistica. Un’animazione improntata al dinamismo, esasperato a discapito del realismo, fino alla deformazione delle figure e alla pischedelia grafica degli sfondi. A fare da contrappunto a un’estetica che fa virare in salsa acida il ricordo della versione edulcorata dell’anime televisivo del ’72 o il “purismo” realista dell’OAV anni Ottanta, un comparto sonoro technopop, a partire dall’opening Man Human del duo Denki Groove, fino alla rivisitazione della classica sigla Debiruman no Uta, lanciata all’epoca da Toda Keizō e qui reinterpretata come theme song da Avu-chan. La reazione al remake sonoro ha condotto tra l’altro a interessanti fenomeni opportunamente videoregistrati:

 

 

Tornando semiseri, val la pena sottolineare che il ripensamento estetico del Devilman di Yuasa va verso un più generale inquadramento postmoderno dell’universo narrativo dell’uomo diavolo. Pur seguendo con una certa passione filologica la narrazione nagaiana, la storia è ripresa dall’anime Netflix in maniera quasi citazionista — si pensi agli inserimenti dal sicuro effetto comico dell’icona del Devilman “pupazzo” della serie Toei anni Settanta, o al già citato remake della epica Debiruman no Uta: «Are wa dare da dare da dare da / Are wa debiru Debiruman Debiruman». Ma qualcuno non ha forse inteso echi di The End of Evangelion di Anno Hideaki nel finale post-apocalittico prospettato da Yuasa?

Dunque: Devilman, chi era costui? Yuasa lo trasforma da pupazzo supereroico in silhouette pop-acida, inserendolo in un contesto che fa il verso alla subcultura nipponica (e non solo), mettendo sotto metafora il disagio della società giapponese (e non solo), ripreso dal rap dei ragazzi di strada che incrociano il destino di Akira, Ryo e Miki.

Già, perché Devilman Crybaby  è pur sempre la storia di un gruppo di ragazzi, e principalmente del triangolo composto da Fudō Akira, Asuka Ryo e Makimura Miki. Akira viene messo al corrente da parte dell’amico Ryo della imminente rinascita della stirpe dei demoni, a lungo rimasti prigionieri nelle latebre terrestri sotto strati di ghiaccio. L’unica possibilità di sopravvivenza per gli esseri umani risiede nella fusione di un uomo dal cuore puro e dalla buona volontà con la furia di un demone. È così che Ryo seleziona per l’ibiridazione il proprio migliore amico, il “piagnucolone” (crybaby) Akira, una sorta di “idiota” dostoevskijano, un «angelo a cento carati», come direbbe Tomasi di Lampedusa. E in effetti Akira, fondendosi col potentissimo demone Amon nel corso di un sabba dalla solfa pischedelico-sessuale, non perde tuttavia la propria umanità e diventa così un Devilman, baluardo degli esseri umani contro l’invasione demoniaca. Nel frattempo il giovane Fudō continua, finché possibile, la propria vita da liceale, ospite della famiglia Makimura causa assenza dei suoi genitori (Akira è, in questo senso, un quasi-orfano, salvo poi diventarlo nel corso degli eventi).

Devilman Crybaby, come e ancor più del manga originale di Nagai, non indulge ad alcun moralismo, sebbene il protagonista sia pervaso da una forte inclinazione al Bene, nonostante le fattezze diaboliche e la commistione demoniaca. La morale della storia è che l’ibridazione e il meticciato, in questo caso tra uomini e demoni, possono condurre all’equilibrio e all’armonia. Sebbene il più delle volte l’invasione demoniaca, si potrebbe dire la possessione diabolica, conduca alla morte e alla follia l’ospite umano, o comunque alla sua trasformazione in una macchina infernale, la presenza di un cuore puro, di un animo non offuscato dalle “passioni tristi”, di una mente non preda del godimento sfrenato, preservano dagli effetti deleteri dell’incontro col demoniaco.

Tanto più che demoni e uomini si mostrano invece nel loro aspetto più terribile in quanto presi nella versione “pura”: sono infatti degli umani tout court a innalzare sulle picche le teste di altri esseri umani, al termine di una dissennata caccia alle streghe, che si conclude in un rogo infernale senza che il diavolo vi metta bocca. Gli uomini hanno fatto tutto da soli, e sia Nagai sia Yuasa sembrano suggerire che il ritorno dei demoni sia una sorta di ritorno del rimosso o della Natura: i demoni, in fondo, sono uno spaventoso ibrido di animale e vegetale, un grottesco “collage” di forme di vita. La Terra, dal profondo, si è rivoltata per scacciare i propri indegni dominatori.

C’è dello psicoanalitico in questa battaglia tra uomini e demoni, e soprattutto è esplorato l’inconscio della schiera dei Devilman: la pulsione distruttiva proveniente dalle caverne dell’Es può essere canalizzata in maniere estremamente differenti, a seconda che si sia guidati dalla disperazione e dal sadismo omicida, come nel caso degli umani dominati dai demoni, o dalla buona volontà e dalla compassione, come avviene per Akira. Dunque l’aggressività, se guidata dall’indignazione di fronte al Male, non si traduce in violenza, ma in strumento di difesa dei più deboli. I Devilman, esseri mediani tra uomini e demoni, finiscono per essere, in senso teologico-politico, una sorta di katéchon, di forza frenante rispetto all’avanzata dell’Antricristo.

Naturalmente in Devilman Crybaby, ancora una volta come e più che nel cartaceo nagaiano, c’è spazio anche per la pulsione sessuale nelle sue diverse forme, dalla lascivia demoniaca agli ormoni scalpitanti di Akira, il cui sguardo su Miki è teneramente innamorato ma, dopo la trasformazione, altrettanto concupiscente. C’è da dire che, rispetto al manga, l’anime di Yuasa è più reticente sulla passione omoerotica (o, meglio, al di là dei confini di genere) di Ryo per Akira, un po’ inspiegabilmente. La narrazione sorvola poi su altri aspetti psicologici dei personaggi principali, pur avendo il merito di approfondire e aggiornare il personaggio di Miki, passata dalla figurina della adolescente adorante davanti all’aitante Akira all’immagine di ragazza brillante e partecipe della vicenda umana del protagonista.

Un ultimo fattore da sottolineare riguarda la “giapponesità” o meno dell’anime di Yuasa. Kurose Yōhei, artista e critico d’animazione, ha infatti aspramente criticato Devilman Crybaby su Twitter: l’aver voluto costruire un «anime di livello internazionale» avrebbe infatti caratterizzato la serie come «stylish subculture», ossia aderente ai canoni estetici di una sottocultura ricca di stile ma lontana dai più comuni «otaku anime». L’animazione per otaku, caratterizzata da tòpoi stereotipici ed elementi estetici come il moe (la rappresentazione della “ragazza candida”), sarebbe secondo Kurose più prettamente giapponese, laddove un anime come Devilman Crybaby finirebbe per essere in qualche modo mukokuseki (“privo di odore culturale”, secondo la definizione di Iwabuchi Koichi nel suo Recentering Globalization: Popular Culture and Japanese Transnationalism). Si sacrificherebbe, per Kurose, sull’altare di un gusto più sovranazionale, adatto al target internazionale di Netflix, la cifra più propria degli anime giapponesi.

Bisogna evidenziare come Yuasa abbia risposto alla critica difendendo il lavoro del proprio staff, a mio avviso nella consapevolezza dell’ottima fattura e della caratteristica autoriale del prodotto. D’altro canto, non molto tempo fa, nel 2014, Miyazaki Hayao, regista di fama internazionale del celeberrimo Studio Ghibli, aveva criticato l’eccesso di componente otaku nell’industria dell’animazione. Difficile dargli torto, e il trend, naturalmente, negli ultimi anni non si è affatto invertito.

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  • Nato a Reggio Calabria, si è formato nell’area dello Stretto, coronando la sua formazione con un Ph.D. in Metodologie della Filosofia presso l’Università di Messina. Pop-filosofo di osservanza deleuziana, si occupa di estetica, psicoanalisi e filosofia della cultura di massa, con diverse pubblicazioni al suo attivo. Fa parte del comitato editoriale della rivista internazionale Mutual Images.

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