A-pathos: ma davvero vivere d’emozioni ci fa così paura?

noia

A qualcuno di voi sarà sicuramente successo di aver desiderato, per un solo attimo, di trovarsi improvvisamente senza alcuna emozione, di fermare il dolore per un amore perduto o mai vissuto, così come la tristezza per una mancanza assordante.
Ciò che ho notato io, invece, è che, ai giorni nostri, sempre più frequente è l’indifferenza che, spesso, viene scambiata opportunatamente con il “sano egoismo”, ma tra di essi, potete crederci, non vi è il benché minimo filo conduttore che possa lontanamente unirli.
Possiamo racchiudere entrambi gli esempi, però, in una sola parola, giusto per non farci mancare qualche lezione di etimologia, cioè a-pathos, letteralmente “privo di emozioni”.
Più semplicemente quello stato di indolenza che avvertiamo e che si scatena in qualsiasi momento, sia che si stia ascoltando il telegiornale che, ancor peggio, mentre si assiste a determinate situazioni, anche qualora una reazione ed un sentimento si possano definire necessari.
È come se, fuori dalla nostra zona di comfort, vale a dire il nostro posto e luogo sicuro, nel quale siamo consapevoli di non incorrere in drammi, problemi o frangenti spiacevoli, tutto il resto ci apparisse lontano e pensassimo che poco abbia a che vedere con noi e quello che ci riguarda.
Siamo tutti un po’ caduti nella nostra indifferenza, un po’ distanziati dal resto che ci circonda, ma comunque poco affini a ciò che ci caratterizza.
Ci troviamo in un nucleo e ci rimbalza su ogni cosa che ci sembri scontata, banale e priva d’interesse.
L’apatia è questo: un calo motivazionale.
Ci scorre davanti il mondo e non abbiamo il coraggio di vederlo.
Ma da cosa può essere dettato questo comportamento?
Potremmo partire dal menzionare i social-network, i mass-media, da un’intimità mancata che ci porta ad allontanare l’altro affinché non possa intaccare i nostri pensieri ed il nostro spazio neutro.
Il bisogno impellente di sapere tutto di tutti e di non avere una sana opinione in merito.
Cervelli sottovuoto che non cercano altro intorno a sé.
Aggiungiamoci l’individualismo, costellato perlopiù da finti criticatori che derivano la loro voglia di distinguersi non tanto dall’originalità delle idee che desiderano manifestare, quanto dal disprezzo effettivo della massa in sé e di quello che la concerne, come la moda e le sue conseguenze.
Isolarci sembra effettivamente meno pericoloso dell’esporsi alla magica esperienza della vita e perdersi nel proprio mondo è facile tanto quanto perdere la strada di casa nei giorni di pioggia.
Quando smetti di costruire un piccolo universo interattivo con la realtà esterna cominci a creare uno stato di disinteresse cronico.
Miscelate gli ingredienti e otterrete una cinepresa dove chiunque ha l’opportunità di essere l’attore protagonista per un film che verrà trasmesso nelle sale di cinema completamente vuote per mancanza d’affetto.
Invece, dovremmo imparare ad essere più aperti, capire che quello che abbiamo vissuto in passato può divenire maestro, ma non necessariamente influenzare il nostro presente, che il futuro lo dobbiamo lasciare alle sfere magiche delle cartomanti e che il vero fulcro sul quale basarci è l’oggi.
Allora convertiamo quello che abbiamo avuto modo di vedere in una realtà che può essere migliore e che non ci estrania e non ci fa escludere.
Rischiamo.
Rischiamo e partiamo, circumnavighiamo l’oceano dei nostri pensieri ed immergiamoci nell’energia che trasmettono tutte le emozioni e le sensazioni.
Se stiamo male, dobbiamo dirlo; se qualcosa non va come dovrebbe, dobbiamo dirlo, se vogliamo andarcene, mettere qualsiasi vestito in una valigia e ponderare nuove scelte ed opzioni, dobbiamo farlo.
Abbiamo scalato la vetta dell’apatia e dell’insofferenza per molto ed a lungo, è ora di lasciarsi trasportare dal caos emotivo.

Articolo di Jole Lorenti

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